Rage

Pubblicato: 14 ottobre 2006 in Quoting Memories, Storie & C.
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Sanità mentale:
Puoi farti tutto il tragitto dalla culla alla tomba convincendoti che la vita è logica, la vita è prosaica, la vita è normale. Soprattutto normale. E io credo che lo sia. Ho avuto parecchio tempo per pensarci. E ogni volta torno immancabilmente alla dichiarazione resa in punto di morte da Mrs. Underwood: dunque capite che, aumentando il numero delle variabili, gli assiomi per definizione non cambiano mai.
Io ci credo davvero.
Penso, dunque sono. Ho dei peli sulla faccia; perciò mi rado. Mia moglie e mio figlio sono rimasti gravemente feriti in un incidente d’automobile; perciò prego. È tutto logico, tutto normale. Viviamo nel migliore di tutti i mondi possibili, perciò datemi una Kent per la sinistra e una Bud per la destra, accendetemi Starsky e Hutch e fatemi ascoltare quella nota delicata e armoniosa che fa l’universo ruotando dolcemente sulle sue orbite celestiali. Logica e normale. Come la Coca Cola, è il massimo.
Ma come sanno bene la Warner Brothers, John D. MacDonald e pochi altri, c’è un Mr. Hyde per ogni simpatica faccia di Jekyll, un volto scuro dall’altra parte dello specchio. Il cervello dietro quel volto non ha mai sentito parlare di rasoi, di preghiere o della logica dell’universo. Metti lo specchio di traverso e vedi la tua faccia riflessa in una distorsione sinistra e sinistrorsa, per metà matta e per metà sana. Gli astronomi chiamano terminatore quella linea di demarcazione fra la luce e le tenebre.
L’altro lato dice che l’universo ha tutta la logica di un bambino mascherato da cowboy per Halloween con le viscere e il suo sacchetto di caramelle spiaccicati per più di un miglio di Interstatale 95. Questa è la logica del napalm, della paranoia, da valigie-bomba portate in giro da allegri arabi, di un carcinoma sviluppatosi a casaccio. È una logica che divora se stessa. Dice che la vita è un gioco ai quattro cantoni, dice che la vita rotola con la stessa isterica casualità della monetina che si lancia per vedere chi deve offrire da bere.
Nessuno va a guardare quell’altro lato se proprio non c’è costretto e lo posso ben capire. Ci dai un’occhiata quando ti offre un passaggio un ubriaco su una GTO che picchia a duecento all’ora e si mette a raccontarti del come e del perché sua moglie l’ha sbattuto fuori; ci dai un’occhiata se a qualcuno salta in mente di attraversare l’Indiana ammazzando a fucilate ragazzini in bicicletta; ci dai un’occhiata se tua sorella ti dice: “Scendo un attimo in farmacia” e viene accoppata in una rapina. Ci dai un’occhiata quando senti tuo padre che parla di squartare il naso di tua madre.
È una roulette, ma non è dignitoso mettersi a frignare che la ruota è truccata. Puoi immaginartela con tutti i numeri che ti pare, che tanto il principio di quella pallina bianca non cambia mai. E non mettiamoci a dire che è una follia, perché è tutto perfettamente normale e sano.
E tutto quello che esula dalla norma non accade solo fuori. È anche dentro di voi, in questo preciso istante, a crescere al buio come funghi magici. Chiamiamolo la Cosa in Cantina. Chiamiamolo il Fattore Ciccia e Cilecca. Chiamiamolo il Loony Tunes File. Io lo vedo come il mio dinosauro privato, enorme, viscido e senza cervello, che se ne gironzola traballante nelle paludi puzzolenti del mio inconscio senza mai trovare un giacimento di idrocarburi grande abbastanza per contenerlo.
Ma questo sono io, mentre avevo cominciato a raccontarvi di loro, di quei dotati studenti destinati all’università che, metaforicamente parlando, scesero a comprare il latte e finirono in mezzo a una rapina a mano armata. Io sono un caso documentato, materia grezza di routine per l’industria dell’informazione. Mille strilloni mi hanno smerciato su altrettanti angoli di strada. Ho avuto cinquanta secondi alla televisione e una colonna e mezzo sul Time. E mi alzo in piedi qui davanti a voi (di nuovo metaforicamente parlando) e vi dico che sono perfettamente normale. Ho, sì, una rotellina appena appena storta al piano di sopra, ma per tutto il resto funziono meglio di un cronometro, grazie mille.
Dunque, loro. Come li capite, loro? È di questo che dobbiamo discutere, non è vero?
“Ha una giustificazione della presidenza, Mr. Decker?”
“Sì,” le ho risposto, e mi sono tolto la pistola dalla cintura. Non ero nemmeno sicuro che fosse carica finché non è partito il colpo. L’ho presa alla testa. Sono sicuro che Mrs. Underwood non ha mai capito che cosa l’abbia colpita. È caduta con il fianco sulla cattedra e da lì è rotolata per terra, senza che le si spegnesse quell’espressione interrogativa sulla faccia.
Io sono quello sano, io sono il croupier, io sono quello che lancia la pallina in una rotazione contraria a quella della ruota. Ma il tizio che punta il suo denaro su pari o dispari, la ragazza che scommette i suoi soldi sul rosso o sul nero… che cosa possiamo dire di loro?
Non esiste alcuna divisione del tempo con cui esprimere il midollo della nostra vita, il tempo fra l’esplosione del piombo dalla canna e l’impatto con la carne viva, fra l’impatto e la tenebra. C’è solo uno sterile replay istantaneo che non ci mostra niente di nuovo.
Le ho sparato. È caduta. Ci fu un indescrivibile momento di silenzio, una durata infinita di tempo, poi tutti abbiamo fatto un passo indietro, abbiamo guardato la pallina che girava e girava, rimbalzando e saltellando, sollevandosi per un istante, ripartendo a precipizio, teste e croci, rosso e nero, pari e dispari.
Credo che quel momento si sia esaurito. Lo credo davvero. Però certe volte, al buio, ho come l’impressione che quell’orribile momento così casuale sia ancora in corso, che la ruota stia ancora girando e che tutto il resto io me lo sia sognato.
Che effetto prova un suicida quando piomba giù da un cornicione? Sono sicuro che la sensazione sia del tutto sana. Probabilmente è per quello che urlano durante tutto il volo.
Tratto da:
“Ossessione” di Richard Bachman (Stephen King), 1977
(Tit. Orig. : “Rage”)
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