[The story with no-name] Premessa – Prologo

Pubblicato: 8 dicembre 2006 in Storie & C., Telling Tales...
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The story with no-name

Premessa

   Non so perché sto scrivendo questo… mmm… come possiamo definirlo? Racconto a episodi? Romanzo breve? Accozzaglia di inutili (tanto per cambiare) parole, messe lì esclusivamente col fine di soddisfare il mio narcisistico istinto da scribacchino? Va beh, lasciamo stare le definizioni, che tanto lasciano il tempo che trovano.
Facciamo conto che questo sia una sorta di esperimento. Una storia senza capo né coda, senza una trama ben definita. Un work in progress che si evolverà (o, più probabilmente, si INVOLVERA’) nel corso del tempo, legandosi a stati d’animo, probabilmente, a velleità del momento, a stimoli (o anche non-stimoli) che arriveranno volta per volta.
Non credo di essere all’altezza di pretendere di essere preso in considerazione come “scrittore”, ovviamente (il mio narcisismo non arriva a tali supreme vette). Ma mi basta riuscire a far venire a qualcuno la voglia di leggere qualcosa che per una volta è un po’ differente dai miei soliti deliri intimisti (sempre di delirio parliamo, comunque, ma per una volta magari meno esplicitamente personale), e soprattutto mi piacerebbe stimolare le critiche e i suggerimenti degli eventuali masochisti… ehm, scusate, volevo dire LETTORI, che passeranno da queste parti e decideranno di spendere più o meno (io propendo per il MENO ^_* ) proficuamente il loro tempo.
Beh, per una volta (almeno nella premessa) preferisco evitare la prolissità. Quindi mi ritiro, augurandovi buona lettura. E invitandovi a commentare, suggerire, correggere, ispirare, anche insultare se volete.
Attendo il vostro riscontro.

Francesco,
“The Wanderer in the Emptiness”
[08/12/2006, 20:20]

 

Prologo

“Apri gli occhi…”
   Si svegliò di soprassalto. Cercò di mettere a fuoco quanto lo circondava, ma era troppo buio per vedere al di là di un paio di centimetri di campo visivo.
Allora cercò di mettere a fuoco quanto meno i pensieri, cosa che sembrava essere non meno difficile. “Dove diavolo sono?” fu il suo primissimo stimolo mentale. “Bella domanda”, si rispose. Ad una prima, non molto accurata indagine, sembrava il centro del nulla. Nessun rumore, nessuna sensazione tattile, nemmeno sotto al suo stesso corpo. Era come se stesse galleggiando in un’ovattata oscurità.
Mosse un braccio, dapprima faticando a farsi obbedire dai muscoli. La sensazione di intorpidimento pian piano lasciò il posto a delle micro-scariche elettriche che gli risalivano su per le incandescenti terminazioni nervose di tutti e quattro gli arti. Pian piano riuscì a riprenderne il controllo, sforzandosi di controllarne i piccoli, quasi impauriti movimenti. Ora l’oscurità sembrava quasi dissolversi in una sorta di nebbia grigiastra, e capì che non era altro che l’effetto del risvegliarsi dei suoi nervi ottici, anch’essi restii ad uscire da quella sorta di letargo da cui era appena affiorato.
Sagome iniziarono a prendere forma intorno a lui: muri che racchiudevano ciò che qualche secondo prima sembrava spazio infinito, un armadietto, un tavolino con una sedia. Un letto, su cui giaceva ancora intorpidito. Ad un’analisi un tantino più approfondita, quegli indefiniti oggetti di arredamento assunsero un’aria un po’ più familiare. Arredamento ospedaliero… era in una sorta di clinica o qualcosa di simile. Ma qualcosa non quadrava. Nessun macchinario che emettesse anche solo un bip, nessun rumore di passi, nessuna luce di sicurezza, nessuna seppur fievole voce in sottofondo. Nulla… l’assoluto nulla acustico.
Con fatica, lentamente, dolorosamente, si alzò a sedere sul letto. Ogni tendine del suo corpo, ogni neurone, ogni fascio di nervi urlava istericamente per le fiamme che percorrevano l’intero suo essere. Attese, respirando profondamente, che il dolore si placasse almeno un minimo. Ma anche respirare era l’equivalente di autoinfliggersi milioni di stilettate al costato, quindi rinunciò al “profondamente” e si limitò ad inalare quel minimo di ossigeno che gli era necessario per far affluire del nutriente sangue al cervello.
Qualche minuto dopo (o erano ore? O giorni, forse? O magari secoli? La sua percezione del tempo era pressoché disintegrata, ma in quel momento la cosa gli sembrò di assolutamente secondaria importanza), aveva riacquistato un controllo quasi totale del suo corpo, e il dolore si era affievolito fino a divenire quasi trascurabile, con un po’ di sforzo di volontà.
“Nome… come mi chiamo? Chi sono? Cosa ci faccio qui? Come ci sono arrivato? E soprattutto, cosa diavolo è questo posto?” La classica, scontata sequenza di domande gli riempì quello sbiadito simulacro che si sentiva al posto del cervello. Ma era troppo difficile dar loro attenzione, quindi le mise subito tutte da parte. Tutte, tranne una: “Cos’è questo posto?”.
L’idea iniziale dell’ospedale fu confermata dall’improvviso ritorno in funzione delle sue capacità olfattive. Fu come un pugno in faccia: quell’odore inaspettato di disinfettante, di forzosa pulizia, misto a quell’indefinibile aroma di morte che aleggia in ogni nosocomio che si rispetti, lo avvolse, quasi stritolandolo nelle sue taglienti spire. “Perché un ospedale?” fu inevitabile domandarsi. Ma non ci fu risposta. Sembrava che ogni suo ricordo, anche il più insignificante, in quel momento fosse stato archiviato e accuratamente posto sotto chiave. E il problema, adesso, sarebbe stato quello di trovare il segreto nascondiglio di quella dannata chiave.
Era ora di muoversi. Si alzò in piedi, di scatto. Ma fu una pessima idea. Fu improvvisamente colto da un più che scontato e prevedibile capogiro, e in meno di qualche secondo si ritrovò carponi, a vomitare l’inerte contenuto del suo stomaco, composto pressoché esclusivamente di dolorosi succhi gastrici. Dopo un’altra apparentemente infinita sequela di momenti, anche quell’esaltante esperienza ebbe termine, e fu finalmente in grado di rimettersi più o meno in piedi.
Barcollando, esplorò il perimetro dell’ambiente che lo circondava, forte anche del fatto che l’oscurità era ormai diventata una quasi piacevole penombra: la luce che filtrava dalla finestra (la Luna, forse? O dei semplici lampioni stradali? Bah, non era il momento di occuparsene, non adesso) rendeva quelle semplici, evanescenti sagome dell’iniziale percezione dei tangibili – finalmente – oggetti.
A tentoni esplorò le pareti, fino a trovare una leggera sporgenza. Esitando un attimo, coprì parzialmente i suoi occhi con una mano e spinse quello che sembrava un interruttore delle luci. Lo era, e un bagliore quasi accecante invase la stanza. Attese che i suoi occhi si abituassero alla nuova condizione, poi cercò di fare mente locale.
Confermate tutte le ipotesi sul tipo di arredamento e sulla destinazione d’uso del locale, passò all’analisi del posto in cui si era risvegliato: una semplicissima stanza da circa 3 metri per 3, con una finestra dalla strana vetratura, che lasciava passare la luce proveniente dall’esterno, ma non le immagini di ciò da cui quell’esterno era composto. Una sorta di materiale traslucido, che il suo cervello però non riusciva ad identificare (non che fosse una cosa insolita, visto il suo grado di autocoscienza e consapevolezza mnemonica in quel momento).
Su una delle quattro pareti si trovava ciò che si sarebbe potuta identificare come un abbozzo di porta, consistente però soltanto di una fessura che ne delimitava il contorno, e null’altro: né maniglie, né sporgenze di alcun tipo. L’unico elemento che la caratterizzava era una sorta di rettangolo, di piccole dimensioni, ad altezza occhi.
Si avvicinò con passo incerto, per scoprire che quel rettangolo non era altro che una sorta di finestrella trasparente, che gli permise di scoprire che al di là di quella porta c’era… NULLA.
Sobbalzò indietro, più spaventato che sorpreso. Si stropicciò gli occhi. “Sicuramente c’è molto buio dall’altra parte, dev’essere per questo che non vedo niente al di là della porta. Devo solo trovare il modo di illuminare l’ambiente esterno.” Il suo cervello elaborava in fretta, per non permettere al panico di prendere il controllo. Ma dentro di sé lo sapeva. Sapeva che quella sensazione di vuoto improvviso allo stomaco, quella strana forma di consapevolezza che lo aveva attraversato per un attimo, non erano certo legate ad un problema di percezione visiva. Non c’era davvero NULLA al di là di quella porta. Ne era certo. Ne era assolutamente e pienamente sicuro.
“Basta!!!” si sorprese ad urlare in quella profonda assenza di stimoli acustici. Il suono della sua voce gli fece fare l’ennesimo sobbalzo: era così insolita, così fuori posto in quel momento, ma così familiare, allo stesso tempo, nonostante uno strano timbro metallico di sottofondo, dovuto probabilmente al riverbero della stanza.
Riprese il controllo. Recuperò quanto rimaneva della sua ormai piuttosto incerta razionalità. “Non è possibile, piantiamola con le stronzate da film horror… quella è solo una stupida porta, che darà su uno stupido corridoio. E tutto ciò che devo fare è aprirla, e uscire da qui. E fuori da qui troverò tutte le risposte che mi servono.”
Si avvicinò con aria combattiva alla simil-porta.  Iniziò a studiarla con attenzione, ogni centimetro della sua straordinariamente liscia superficie. Finché una leggera increspatura non attirò la sua attenzione: era una sorta di impercettibile incavo, che ben si mimetizzava con tutto il resto. E solo un occhio ben allenato all’osservazione lo avrebbe notato. Quello, o semplicemente qualcuno che SAPEVA che quell’incavo si trovava lì, esattamente nella posizione più adeguata, quasi più scontata per la funzione che avrebbe dovuto adempiere.
Avvicinò la sua mano destra all’incavatura, ricevendo la conferma di ciò che aveva improvvisamente illuminato la sua ricerca mentale: aveva esattamente la forma e la dimensione della sua mano, sembrava realizzato esattamente per accogliervela.
Appoggiò la mano su quel materiale freddo ma straordinariamente carezzevole al tatto. Sentì per un attimo una sorta di leggero tepore provenire dal contatto con la superficie. Poi, come quell’illuminazione gli aveva suggerito, la porta si aprì. Dolcemente, lentamente, scorrendo su invisibili guide. Lasciando il posto ad un riquadro di profonda oscurità, quasi palpabile. E di totale, assoluto silenzio.
“Avanti, basta con le esitazioni. Esci da quella maledetta porta, trova l’interruttore e vediamo cosa diavolo c’è lì fuori.” Per un attimo non capì se avesse espresso il concetto ad alta voce, o semplicemente nella sua testa. Ma era chiaro ciò che dovesse fare, ormai. Fece un respiro profondo – l’ennesimo – e attraversò quel varco, con quella giusta esitazione di chi non sa dove sta poggiando i piedi.
E cadde. A lungo, dentro un vuoto riempito del nulla più profondo. Senza aria che trasmettesse il suo urlo straziante. Senza appigli a cui disperatamente afferrarsi per attutire la caduta. Precipitò in indefinibili abissi di insensatezza, e nulla poteva fermare quella caduta.
Nulla.

(To be continued…)

[Wanderer, 08/12/2006, 19:47]

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