[The story with no-name] Capitolo 1: Welcome to the real world

Pubblicato: 11 dicembre 2006 in Storie & C., Telling Tales...
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“Apri gli occhi…”
Quella voce, così familiare… Riusciva a percepirla piuttosto nitidamente, ma senza poterne individuare la fonte. Si ritrovò seduto nel letto, gli occhi spalancati, le pupille dilatate. Il cuore gli batteva ancora all’impazzata, ma fu felice di rendersi conto di trovarsi nel suo letto, e non in picchiata verso chissà quale infinito pozzo di nulla.
Il suo letto… quel letto ormai così freddo, così vuoto, così – quasi – estraneo. Quello stesso letto che fino a pochi mesi prima era stato un caldo rifugio dal quotidiano tormento, complice una dolce compagnia, fonte di calore e consolazione costante. Ma erano altri giorni, altre vite…
Attese che il cuore riprendesse il suo normale ritmo, che il respiro tornasse regolare. “Il solito dannato sogno”, fu la frase che per prima si mise a fuoco nella sua mente. “Sempre il solito, dannato sogno”.
Rassegnato, e allo stesso tempo confortato dall’essere rientrato nei ranghi della squallida ma tutto sommato confortante normalità, raccolse tutte le scarse energie che riuscì a racimolare e si alzò. Colazione rapida, doccia, vestizione… e via verso la solita, noiosa ma inevitabilmente necessaria serie di appuntamenti di lavoro. Più in fretta possibile, perché era già sull’orlo di uno spiacevole ritardo.
Quel giorno non prese l’auto per il primo appuntamento. Il cliente si trovava ad un paio di isolati da casa sua, quindi decise di approfittare dell’insolitamente limpida giornata invernale per fare due passi.
Il suo percorso lo portò ad attraversare un piccolo parco urbano che si trovava quasi esattamente a metà tra casa sua e la sua destinazione. L’atmosfera pre-natalizia era piuttosto tangibile un po’ ovunque, ma lì sembrava quasi avvolgere l’ambiente in una sorta di ovattata serenità. Cercò di lasciarsene coinvolgere, ma fu un vano tentativo: il nervosismo del brusco risveglio stentava ad abbandonarlo, ed una spiacevole, indefinita sensazione gli stringeva lo stomaco in una morsa gelida. Affrettò il passo, imboccando l’ultimo sentiero che lo avrebbe ricondotto tra cemento e asfalto, fuori da quel posto così alieno dal suo attuale stato d’animo.
Si fermò improvvisamente. Qualcosa aveva attirato le sue percezioni. Si guardò intorno. Seduta su una panchina, una figura infagottata…
Si avvicinò lentamente, sempre però tenendosi a rispettosa distanza. Mise meglio a fuoco: era una ragazza piuttosto giovane, forse poco più di vent’anni… Aveva gli occhi chiusi, e due sottili fili che terminavano ai lati del suo capo lasciavano supporre che stesse ascoltando musica con degli auricolari. Cantava. Dolcemente, con voce d’usignolo. Noncurante del mondo intorno, con l’aria di chi sa che niente e nessuno può più sfiorarti, che nulla può più farti del male. La sua voce emanava un impressionante senso di rassegnata tranquillità, con, in sottofondo, un’unica, piccola inflessione dolorosa, udibile solo da un orecchio avvezzo a cogliere anche le più infinitesime sfumature. La sua canzone era però lo specchio di quel sepolto dolore, le parole erano taglienti come glaciali stiletti avvelenati spinti a fondo nel cuore di represse sensibilità.
“… and in the end I guess I had to fall, always find my place among the ashes…”
Si accorse di essere rimasto lì a fissarla in maniera un po’ troppo evidente, tanto che la ragazza stessa aveva percepito, anche se a distanza, la sua presenza. Lei aveva aperto gli occhi, lo aveva osservato, ma senza fastidio, quasi compiaciuta del vederlo lì come incantato. Poi aveva richiuso gli occhi, sempre senza interrompere il suo canto, e si era perduta nuovamente nel suo mondo di note fatate.
Lui scosse la testa, come per riprendere il controllo di sé, e si rimise in cammino verso il banale quotidiano, verso la normalità, verso l’abitudine. Dimenticò piuttosto in fretta quell’incontro, o forse piuttosto la sua mente decise di archiviarlo classificandolo come “disturbo della piattezza”, e in quanto tale dannoso al proseguire in maniera “normale” la sua giornata. Quella giornata che passò via piuttosto veloce, monotona e insignificante come sempre, tra stupidi interventi su inutili macchine che volevano solo un paio di calci per tornare a funzionare, e clienti, altrettanto stupidi, che di calci ne avrebbero meritati ancor di più, visto il loro ostinarsi a voler usare i computers come fermacarte ipoteticamente autosufficienti.
Però c’era qualcosa nella sua testa, che lo accompagnò per l’intera giornata nonostante il continuo tentativo di rimozione della sua coscienza.
“… and in the end I guess I had to fall, always find my place among the ashes…”
Quella frase, così intensamente e soavemente galleggiante tra note quasi mistiche, così dolorosamente cantata da quella sconosciuta figura, sembrava non volerlo abbandonare. Qualcosa. Una sensazione acre, una fitta mentale profonda e disturbante. Non riusciva a concentrarsi sul “cosa”, ma sentiva che c’era. Era lì, come gelido sudore che attraversa la superficie della schiena, come una lama incandescente che fruga nelle viscere. Indefinita, ma estremamente dolorosa. Senza un perché.
Tornato a casa, si preparò una veloce, pressoché insignificante cena. Era da tanto ormai che mangiava quasi esclusivamente per nutrirsi, e non più per il PIACERE del cibo stesso. Anche quelli erano stati altri giorni e un’altra vita, e vi si era decisamente rassegnato. O quanto meno, fingeva con sé stesso di esserlo.
Finita la cena, diede uno sguardo veloce alle e-mail: solito spam, solita spazzatura, solite inutili newsletters… Spense il monitor con un abituale gesto quasi stizzito, e decise di andare a dormire. Un po’ prestino, per la verità, ma in fondo era sufficientemente stanco per permettersi di sperare che il pietoso Morfeo venisse a trovarlo celermente.
Si mise a letto, e iniziò a fissare il soffitto. Quelle parole risuonavano ancora nella sua mente, e fu difficile cacciarle via, come altrettanto difficile fu prendere sonno. Un’ora dopo, o forse più, finalmente i suoi occhi divennero più pesanti, e lentamente, inesorabilmente, scivolò nel desiderato, sebbene solo temporaneo, oblio.
“… and in the end I guess I had to fall, always find my place among the ashes…”
Fu questa l’ultima cosa che il suo cervello riuscì ad elaborare coscientemente prima di entrare nel suo metabolico stand-by.
[Wanderer, 11/12/2006, 14:41]

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