[The story with no-name] Capitolo 2: A Cat’s mind

Pubblicato: 17 dicembre 2006 in Storie & C., Telling Tales...
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“Apri gli occhi…”
   Il risveglio fu stranamente ovattato. Una sensazione di intorpidimento percorreva ogni singolo centimetro delle sue terminazioni nervose. Sentiva le palpebre come incollate, e una fitta gli attraversava le tempie.
Qualcosa di ruvido e umido gli stava sfiorando una guancia, e si sorprese, nell’intontimento generale, di trovare quella sensazione quasi piacevole.
Riuscì finalmente a socchiudere un occhio, poi l’altro. Si rese conto di trovarsi in posizione supina, su una superficie rigida piuttosto fredda che identificò alla fine come un marciapiede. Quando riuscì a mettere del tutto a fuoco lo sguardo, capì di trovarsi in un vicolo, una di quelle stradelle di servizio piuttosto buie che attraversano gli edifici quasi come fossero ferite, profonde incisioni che minano e allo stesso tempo rafforzano la loro integrità e compattezza, confermandole.
Voltò leggermente la testa, con parecchio sforzo, senza per il momento provare nemmeno a sollevarsi dalla sua postura di declino. Quell’umidiccia sensazione… finalmente potè identificarne l’origine: un gatto era intento a leccargli la guancia, in un afflato di ciò che si sarebbe quasi potuto identificare come materno conforto.
Sobbalzò sorpreso. Il gatto fece un balzo a sua volta, infastidito dal suo brusco movimento, ma non scappò via. Sì fermò piuttosto, a quella da lui probabilmente ritenuta una distanza ragionevolmente sicura, e prese a fissarlo, con un’espressione parecchio intensa per appartenere ad un animale: un’espressione a metà tra la curiosità e un significativo interesse.
Decise che era il momento di recuperare un minimo di integrità e decenza posturale, e si sollevò sui gomiti, non senza fatica, strisciando e stirandosi fino a mettersi a sedere, la schiena appoggiata alla parete dell’edificio. Una parete insolitamente linda, notò, per essere parte del perimetro di quel vicolo. In realtà il vicolo stesso aveva un aspetto piuttosto irreale, nella sua notevole assenza di sporcizia. Ma questa fu solo una percezione veloce, che la sua mente decise di archiviare in fretta, rimandandola a data da destinarsi, per occuparsi invece dell’elemento di fulcro della sua attuale situazione ambientale: quel felino insolitamente tranquillo, fiducioso e, in una qualche maniera, persino “affettuoso”, atteggiamenti che mal si confacevano alla classica icona di “gatto urbano”.
Il suo sguardo analizzò attentamente quella figura immobile nella penombra, che aveva un non so che di maestoso, nella sua controllata posizione seduta dalla quale sembrava dominare l’intera scena con piena consapevolezza.
Era davvero un bell’esemplare: il pelo screziato, apparentemente fulvo o rossiccio scuro (la percezione visiva era chiaramente piuttosto tendente all’improvvisazione, nella scarsa luce che avvolgeva quel posto, e che usufruiva della complicità del suo perdurante stordimento). Aveva un aspetto notevolmente – e stranamente – pulito e ben nutrito, altro particolare parecchio in sintonia col suo atteggiamento da gatto domestico, piuttosto che da selvaggio da strada.
Ma la cosa che più lo colpì furono i suoi occhi, risplendenti nella semioscurità con una luce che possedeva l’intelligenza e l’intensità di uno sguardo umano, di quegli sguardi che non spesso si incontrano, oltre tutto: sguardi appartenenti ad esseri dalla profonda saggezza e dall’immensa anima, padroni totali della loro esistenza e delle relazioni col mondo circostante.
Mentre si sorprendeva ad elaborare queste quasi assurde riflessioni, tra il suo sguardo e quello del felino avvenne uno strano contatto. Fu come toccare un cavo dell’alta tensione. Un brivido gli percorse veloce la schiena, e una sensazione di deja-vu lo colpì con così tanta potenza da provocargli un sussulto, che gli fece cozzare dolorosamente la testa contro il muro che pietosamente sorreggeva la sua indolenzita schiena. Ma il dolore servì a riportarlo al reale solo per un microsecondo.
[Wanderer, 16/12/2006, 11:30]
   La sua mente esplose in una miriade di incandescenti frammenti, schegge taglienti di memorie dall’incerta origine. Suoni striduli, immagini quasi psichedeliche, scene in caotica sovrapposizione… la sua visione fu invasa da ondate di vite altrui, sensazioni, dolorosi ricordi provenienti da incogniti padroni. Cercò disperatamente di ritrarsi da tutto questo, ma invano. Il flusso sembrava aver preso ogni controllo delle sue sinapsi, guidandolo lungo infuocati, angusti corridoi, verso una meta a lui in quel momento incomprensibile.
Nel bailamme che aveva preso possesso del suo cervello, riusciva di tanto in tanto a riconoscere dei frammenti che gli appartenevano: immagini di momenti felici, di devastanti discussioni, di apparentemente insignificanti particolari che però, in mezzo a quella tempesta, assumevano significati ben più pregnanti. E tra questi, una scheggia brillò per un attimo più intensamente delle altre.
Era una sera d’inverno, una di quelle in cui la temperatura mite e il cielo sufficientemente limpido invogliavano a piacevoli situazioni di socialità notturna. Era andato a vedere un film al cinema con due amiche, e all’uscita avevano deciso di andare in un locale a mangiare qualcosa. Mentre era seduto in piacevole conversazione, addentando un panino dall’aspetto magnifico quanto il suo sapore, qualcosa aveva attratto la sua attenzione: un bell’esemplare di gatto, di là dal vetro della veranda dentro cui erano seduti, sembrava voler aprire con le zampine l’imposta accanto al loro tavolo. Testardamente si sollevava sulle zampe posteriori e spingeva, grattava, fissandolo al contempo in una strana, insistente maniera.
Lui all’inizio credette fosse il classico randagio che vive nei dintorni dei locali notturni in attesa che nella spazzatura finiscano, a conclusione di serata, succulenti avanzi in mezzo ai quali tuffarsi con ingordigia. E che stesse, altrettanto usualmente, cercando di attirare la sua attenzione per impietosirlo e procacciarsi così in anticipo sui tempi qualche delizioso bocconcino. Ma si accorse ben presto che le cose sembravano ben differenti: quell’insistenza, unita ad una quasi inquietante maniera di fissare il suo sguardo su di lui quasi a cercare i suoi occhi, lo convinse che quel gatto stava cercando invero di attrarre la sua attenzione per motivi ben più significativi, per quanto in quel momento incomprensibilmente misteriosi.
All’inizio gli balenò in mente il pensiero – visto che l’imposta era bloccata – di uscir fuori per vedere come avrebbe reagito il gatto ad un approccio più ravvicinato, ma poco dopo si disse che era tutta una stupida masturbazione mentale, e che probabilmente quel gatto non voleva altro che un pezzo di ciò che appetitosamente sporgeva dal suo panino mezzo divorato. Quindi distolse lo sguardo e si rituffò nella conversazione, senza però riuscire ad evitare di rivolgere di tanto in tanto i suoi occhi nella direzione in cui il micio continuava a star seduto a fissarlo, poggiando ogni tanto le zampine sul vetro nell’ennesimo tentativo di richiamarlo.
Alla fine quella strana creatura sembrò rinunciare, quasi rassegnata, e, dopo un ultimo, quasi seccato sguardo, si avviò verso le sue successive, misteriose mete. Quell’allontanarsi gli provocò una sensazione quasi di dispiacere, ma le sue amiche reclamarono velocemente la sua attenzione con un qualche piacevole argomento, e quel gatto sparì finalmente dai suoi pensieri. Forse.
In realtà quell’immagine continuò a infestarlo per l’intera serata, e non potè fare a meno di pensarci fino al momento di ritirarsi a letto nella conclusione della sua giornata. Nei giorni successivi, poco alla volta, il ricordo si affievolì fino a sparire del tutto. E da allora erano passati mesi senza più pensare a quell’episodio.
Ma adesso… Quel gatto… Sì, ne era certo. Era lo stesso gatto che adesso stava lì a fissarlo con quell’intensa aria assorta. Ora l’aveva finalmente riconosciuto, ne aveva riconosciuto il manto vellutato e pulito, gli occhi profondi e indagatori, l’espressione “consapevole”.
La tempesta psichedelica davanti ai suoi occhi pian piano si acquietò, e riuscì a riprendere quasi del tutto il controllo dei suoi pensieri. Evitò accuratamente di chiedersi cosa fosse successo, salvato dal suo subconscio che aveva immediatamente creato una sorta di filtro per proteggerlo dall’eccesso sensoriale che in quel momento lo investiva.
Attese ancora qualche minuto, scosse la testa, come per scuotere via la polvere del senso confusionale che gli si era posata sopra seppellendolo. Fece un respiro profondo, e lentamente si tirò in piedi. Il gatto non si mosse, per nulla impaurito dai movimenti di quella che evidentemente non vedeva come una minaccia, bensì quasi come un obiettivo dalle ignote motivazioni.
Rifletté un attimo, e prese una decisione. Chinandosi leggermente verso il felino, attirò la sua attenzione con un richiamo, al quale il gatto fu felice di rispondere trotterellando verso di lui con aria sicura, e con uno sguardo che sembrava dire “Era ora!”. Lo prese in braccio, senza trovare da parte sua alcuna resistenza. Gli accarezzò la testa, e ricevette in cambio delle sonore fusa. “Sì, questo micetto sa davvero come farsi amare, maledetto ruffiano” pensò con un sorriso. Si avvio, con passo un po’ incerto, verso la luce dei lampioni stradali che si intravedevano all’uscita del vicolo, tenendo affettuosamente tra le braccia il gatto dall’aria piuttosto soddisfatta.
Allo sbocco sulla strada principale sentì che c’era qualcosa che non andava, ma non riuscì subito a mettere a fuoco l’incongruenza. Si guardò intorno con aria piuttosto perplessa. Lampioni accesi, macchine parcheggiate, vetrine illuminate, asfalto e marciapiedi… tutto sembrava al posto giusto. Sollevò lo sguardo verso il cielo, riuscendo ad intravedere una splendida luna piena che giocava a nascondino tra nubi dall’aria rassicurante. “Bella serata per un licantropo”, disse tra sé e sé a voce bassa, ridacchiando.
Riportò la sua attenzione al livello stradale… Esitò un attimo, quasi che il suo cervello non volesse accettare l’ovvia considerazione che gli esplose dentro investendolo come un TIR lanciato a piena velocità. L’insight lo colse improvviso: “La gente… Dove diavolo sono TUTTI? Perché non c’è anima viva in giro?”.
Ebbe appena il tempo di formulare la sua domanda, quando qualcosa lo colpì improvvisamente alla nuca, con violenza. Mentre cadeva stordito verso il marciapiede, gli occhi semichiusi, ebbe solo il tempo di sentire lo stridulo miagolio di protesta del gatto, che atterrava contrariato sul marciapiede. Poi perse definitivamente i sensi.
[Wanderer, 17/12/2006, 15:04]

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