End of The Line [Serenamente…]

Pubblicato: 5 ottobre 2007 in Storie & C., Telling Tales...
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Lentamente si alzò dalla sedia, e prese dal frigorifero il barattolo della marmellata. Era ormai una sorta di rito, da sempre, quello di concludere il suo pasto serale – oramai piuttosto frugale – con un biscotto, di genere vario, su cui spalmava un cucchiaino di marmellata, solitamente di albicocche. E anche quella sera non fece eccezione. Mise in bocca il biscotto per intero, assaporando la dolcezza, con un lieve retrogusto aspro, di quella deliziosa, morbida sostanza che gli solleticava il palato.
Quanti ricordi gli venivano alla mente ogni volta: libere associazioni di pensiero, una catena sinaptica che iniziava sempre in sordina, per poi esplodere in un tripudio di memorie sfavillanti come fuochi d’artificio. Alla fine, il vero rito non era quello del cibo, bensì questo casuale ripescare a piene mani tra le sue esperienze, il suo passato, tra emozioni sepolte, dense e avvolgenti. Chiuse gli occhi per un attimo, e si sentì trasportare indietro, a lontane mattine assolate, in quel periodo colmo di calda gioia che gli faceva sentire il cuore esplodere in petto.
Gioia: come suonava aliena ormai quella parola. Aveva quasi difficoltà a rimembrarne il sapore, a provare anche solo il vago sentore di quelle scariche di pura adrenalina che un tempo gli attraversavano le vene e lo facevano sentire vivo. “Basta”, si disse, “non è il caso di indugiare oltre, nel solito masochismo pre-notturno”.
Sparecchiò, con misurati gesti, e lavò quelle solitarie stoviglie con l’inevitabile automatismo che da troppo tempo lo accompagnava. Spense la luce della cucina, e si avviò verso la sua camera, decidendo nel frattempo su come avrebbe passato l’ennesima serata silenziosa.

 

In quegli ultimi giorni c’era qualcosa che aveva un minimo incrinato l’abitudinaria tranquillità della sua rassegnata pace: una sensazione, un brivido che ogni tanto decideva autonomamente di percorrere le asperità della sua schiena incurvata, viaggiando attraverso deboli ossa e fasci di nervi semi-anestetizzati. Ma quel brivido si era in alcuni casi trasformato in una dolorosa fitta, scarica di pura elettricità che gli ricordava tutto d’un colpo che i suoi vent’anni erano passati ormai da troppo tempo, e che dopo di essi anche i decenni successivi erano letteralmente precipitati in un baratro fatto di silenzio, di solitudine, di triste, rassegnata pacatezza. Quel dolore gli ricordava che la sua strada volgeva ormai verso un’inevitabile direzione, e che non molte pagine restavano ormai da scrivere. “Beh, poco male”, pensò. “Ormai queste pagine somigliano fin troppo al palinsesto di una tv locale di infima qualità, nessuno probabilmente sentirà la mancanza di tanta inerte piattezza.”

 

Si sedette sulla sua poltrona, quella stessa poltrona che in tutti quegli anni aveva accompagnato le sue meditazioni, i suoi studi, i suoi pensieri. Si lasciò andare, rilassando con cura ogni parte del suo corpo, tendine dopo tendine, sperando che quella sera il dolore lo avrebbe lasciato in pace almeno per un po’. Recuperò il telecomando dell’impianto hi-fi dal pavimento accanto alla poltrona, e lasciò che una musica morbida avvolgesse la stanza.
Socchiuse gli occhi, e si lasciò andare al flusso che già, come una piena, invadeva la sua mente. Ricordò giorni felici, risate, pianti presto consolati. Si rivide bambino, mentre correva ridendo, inseguito giocosamente dal suo pastore tedesco che gli abbaiava dietro come a volerlo incitare: “Più veloce, più veloce!!”. Rivisse notti in dolci compagnie, sdraiati a guardare un cielo in cui ogni stella aveva il sapore della bellezza e ti riempiva il cuore. Vide amici scomparsi, persone perdute di cui a malapena serbava ricordo, deliziose creature che aveva amato, donne con cui aveva vissuto anni di felicità e tragedie.
Vide, come nel grafico disegnato da un economista, l’andamento di una vita colma di picchi e voragini, ma che a conti fatti, era stata degna di essere vissuta. E vide, in quel grafico, l’improvviso, brutale crollo della linea, seguito da un lungo tratto orizzontale, ben al di sotto dello zero, che rappresentava perfettamente quegli ultimi anni che erano trascorsi. Un nodo gli serrò la gola, ma fu lesto a riprenderne il controllo, ricacciandolo da dov’era venuto. “Non è il momento: non è l’ora della nostalgia, non è l’ora della tristezza, non è l’ora del dolore. Non stasera, non più.”

 

Lo sentiva: quella sera non sarebbe stata come tutte le altre. Quel brivido era tornato, e la fitta era adesso ben più tagliente, quasi stesse facendo a fettine sanguinolente ogni suo nervo. Si alzò dalla poltrona, così velocemente da ottenere, come sgradito risultato, un capogiro che lo costrinse ad appoggiarsi per non crollare a terra come un sacco vuoto. Riprese fiato, si raddrizzò, e si diresse verso la scrivania.
Lì, nel primo cassetto. La prese tra le mani: una fotografia, piuttosto logora ormai, consumata com’era dalle decine, anzi, più verosimilmente, centinaia di volte in cui sospirando l’aveva letteralmente divorata con gli occhi.
Il cuore iniziò a battergli all’impazzata. Era vicino il momento in cui l’avrebbe rivista, l’avrebbe presa tra le braccia, ancora una volta. Una lacrima gli percorse il viso, lentamente. Poi un’altra, e un’altra ancora, finché un flusso copioso arrivò quasi a bagnare la foto. Riprese il controllo, quasi infastidito da quella manifestazione involontaria, ma in fondo del tutto prevedibile.

 


Si guardò intorno, ancora una volta. Aprì la finestra, e annusò profondamente l’aria che sapeva di fioriture stradali e di venefici scarichi allo stesso tempo, ma quella sera quello sgradevole miscuglio gli sembrò l’odore più buono del mondo. Osservò la Luna con nostalgia, e le mandò un bacio, sentendosi quasi stupido immediatamente dopo.
Richiuse l’imposta, e si avvicinò alla poltrona. Si sedette lentamente, la foto sempre tra le mani. Respirò, riempiendosi i polmoni, ed espirò molto lentamente quell’aria che sentiva così dolce dentro di lui. Era del tutto rilassato,e non aveva la benché minima sensazione di angoscia, né paura alcuna.
Per l’ennesima volta, riempì i suoi occhi con la dolce creatura che abitava quella fotografia. Restò, sempre in silenzio, a fissarla per quelli che potevano sembrare minuti, ma in realtà erano infinite ere, dentro alla sua anima. Si appoggiò la foto in grembo, e chiuse gli occhi.
E aspettò, sereno.

 

[Wanderer, 05/10/2007, 21:27]
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