After the shadows turn to… [Incogniti deserti di silenzio]

Pubblicato: 29 ottobre 2008 in Storie & C., Telling Tales...
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  Buio.

Il buio ci accompagna per buona parte della nostra vita. Quando dormiamo, quando chiudiamo gli occhi per far riposare la nostra vista dal mondo che ci circonda, quando penetriamo in luoghi dove la luce non riesce a farsi strada… Il buio spesso è anche dentro di noi: nei momenti tristi, quando tutto sembra crollarci intorno, e non si scorgono appigli a cui sostenersi. Ma siamo abituati a conviverci, perché sappiamo che è solo una condizione temporanea, che sia un rilassante abbraccio o una soffocante angoscia. Sappiamo che quelle tenebre prima o poi saranno squarciate da lingue di vivace fiamma cromatica, lasciandoci liberi di assaporare il mondo in tutte le sue più minime sfumature visive. Questo è ciò che è normalmente, ma non sempre…

  Mutazione.

Tutto iniziò quasi in sordina. Impercettibilmente, i contorni delle cose presero a sfumarsi. Ogni cosa assumeva pian piano un’apparente evanescenza, dapprima così leggera che quasi l’occhio non se ne rendeva neanche conto. Anzi, a suo modo quella nuova forma di visione era un buon modo di mediare l’approccio con le infinite brutture del mondo circostante. Successivamente, il mondo intorno a me divenne meno luminoso, passando, giorno dopo giorno, dalla velata apparenza di un giorno di nuvole all’inquietante forma crepuscolare di una notte incombente. Le ombre iniziarono lentamente a sovrapporsi alle forme, prendendone, un istante dopo l’altro, malevolo possesso. I luoghi un tempo familiari divennero estranei al visitarli: ogni strada, percorsa e ripercorsa fino a quel momento senza difficoltà alcuna (avrei potuto fare quei percorsi ad occhi chiusi, potrei dire con uno stupido gioco di parole), prese ad essere fonte di inquieta incertezza, mentre ero costretta ad osservare, passo lento dopo passo lento, ogni etereo rimasuglio di quei riferimenti che fino a non molto tempo prima il cervello dava per scontati. Improvvisamente, realizzai un giorno che le notti sembravano infinitamente più lunghe dei giorni. E me ne accorsi contemporaneamente al rendermi conto che i miei occhi bruciavano e lacrimavano ormai perennemente, cosa che contribuiva ad opacizzare quei già fin troppo vaghi brandelli di realtà visuale che mi erano rimasti.

  Distacco.

Quel giorno arrivò. Dopo l’ennesima, lunghissima notte passata a dormire inquietamente, aprii gli occhi, e un ancestrale terrore mi pervase. Sbattei le palpebre. Una, due, tante volte. Ma nulla cambiava. Intorno a me solo ombre, chiazze di fievole luminosità in un mondo di totale tenebra. Provai a fare qualche passo, ma inciampai più volte, sbattendo ripetutamente in sporgenze che sembravano esser state distribuite a caso intorno a me, e che sicuramente prima non c’erano mai state, o quanto meno avevano avuto una pregnanza notevolmente inferiore nel delimitare con così tanta cattiveria i miei spazi di movimento. Mi bloccai, rannicchiandomi, e un tremito iniziò a percorrere il mio intero corpo: terrore, puro e viscerale, misto ad una sensazione di impotente fragilità che paralizzò del tutto ciò che rimaneva dei miei sensi. Non so quanto durò quel mio stato quasi catalettico. So solo che mi risvegliai di colpo dal torpore con una fredda quanto tagliente consapevolezza: non potevo cedere al panico, avrei dovuto trovare una maniera di arrangiarmi nell’orientamento, pena la definitiva e rapida estinzione della mia fin troppo breve vita.

  Apprendimento.

E così fu. Imparai a ripercorrere quegli spazi ormai estranei servendomi di tutte le mie residue percezioni sensoriali, pian piano riuscendo – non senza immensa difficoltà – a ripadroneggiare almeno un minimo l’ambiente intorno a me. Certo, non era più nemmeno pensabile l’agilità con cui un tempo affrontavo tortuosi percorsi, né l’incosciente velocità nel correre sfiorando spigoli che sapevo per certo di poter facilmente ed istintivamente evitare. Non c’era più l’eleganza dei miei movimenti, quella sinuosità flessuosa che mi rendeva padrona del mondo circostante. Ma le cose erano cambiate, e con esse doveva mutare anche il mio modo di rapportarmici. L’obiettivo più importante adesso era sopravvivere, e andare avanti. A qualunque costo.

  Svolta.

Le cose della vita non sono mai semplici da affrontare, e questo è ben noto. Ma è altrettanto noto che gli eventi spesso si incatenano in un beffardo crescendo, quasi possedendo la fredda, crudele nonché sadica determinazione a volerci complicare l’esistenza nella maniera più irreparabile possibile. Presa praticamente del tutto dai problemi derivanti dal mio nuovo, spiacevole stato di galleggiamento in quel denso buio, il mio cervello non aveva registrato delle altre mutazioni, anche se sarebbe meglio definirle degenerazioni, dello status dei miei sensi residui. Ma dovetti ben presto rendermene conto, anche se inizio a pensare che il mio non accorgermi di certi cambiamenti in fondo piuttosto evidenti era probabilmente frutto di un pietoso processo di rimozione attuato dal mio cervello a parziale salvaguardia della mia salute mentale.. In occasione dell’ennesimo trauma ambientale a cui oramai quasi mi stavo abituando, mi toccò accorgermi che gli occhi non erano il mio unico organo andato a male. Avevo sì notato – molto marginalmente – che il mondo intorno sembrava essere divenuto molto meno rumoroso. Anzi, coi giorni che passavano, l’aggettivo più adatto variò da “ovattato” a “silenzioso”. E capii: un’altra delle mie fonti di sopravvivenza logistica mi aveva pian piano abbandonato, senza far rumore (si sarà capito che mi piacciono masochisticamente i giochi di parole stupidi, immagino). L’udito, un tempo mio assoluto vanto per la sua quasi incredibile capacità di percepire ogni più fievole sibilo, di notare una foglia spostata dal vento a decine di metri da me, di ascoltare il sommesso respiro di un possibile nemico anche se si trovava in ambienti parecchio distanti da quello dove permanevo, proprio quell’udito che tante volte nella mia vita era stato di vitale importanza per affrontare situazioni altrimenti piuttosto deleterie… beh, come dire? Se n’era andato anche lui in vacanza definitiva. Restava solo una sorta di sordo sibilo, un rumore di fondo costante e fastidioso dentro cui galleggiavano residui sempre più flebili di onde sonore vaganti. E sapevo, nel mio straziato cuore, che anche di quelle onde ben presto ci sarebbe stato solo un vago ricordo, e null’altro.

  Consapevolezza.

La consapevolezza è una delle cose più crudeli che la mente umana abbia mai potuto partorire. Ti toglie il fiato, mettendoti con le spalle al muro, e mostrandoti che di fronte a te non esistono più scappatoie di alcun tipo, nessuna via di fuga, neanche minima. Lo sai, e basta. E poco importa quanto tu possa disperarti, piangere, strapparti la pelle di dosso. La realtà resta lì, putridamente immutabile, e ti osserva con un ghigno beffardo, quasi a rivolgerti la fatidica domanda: “E adesso?”. E quella consapevolezza mi colpì, un giorno, come un maglio in pieno stomaco. “E’ finita.”, pensai. “Il mio tempo è giunto, come è naturale che sia.” E, come è altrettanto naturale, non riuscii ad accettarlo. Piansi. A lungo, e silenziosamente Rimasi immobile nel mio mondo di tenebra per un bel pezzo, senza trovare la forza di affrontare il tempo residuo che mi restava. Ma i bisogni fondamentali di ogni essere vivente ebbero la meglio, costringendomi a muovermi dal buco che profondo avevo scavato in quell’oscurità, pretendendo prepotenti che io li soddisfacessi. E allora affrontai quel mondo fatto di vuoto, di tenebra e di silenzio, pieno di nuove ed ineludibili insidie. Mi affidai all’istinto, e a ciò che rimaneva della mia forza vitale. Mi alzai, e presi a percorrere, giorno dopo giorno, le strade che mi avrebbero portato, sorretta da gambe incerte, alle mie destinazioni di sempre. Vagai timorosa, spesso sbagliando percorso, spesso fermandomi nel bel mezzo della mia strada senza essere in grado di emettere suono alcuno. Ma ancor più spesso esplodendo in un grido accorato, doloroso: una straziante richiesta di aiuto, in cerca di qualcuno che potesse coglierla. E fu così che affrontai il mio ultimo tempo…

  

  Epilogo.

Le lacrime percorrono calde le mie guance, mentre ripenso in silenzio a quanto sia stato doloroso rendermi conto pienamente della situazione. Nel corso dei giorni, avvisaglie sempre più chiare avrebbero dovuto farmi accorgere di quanto stava già accadendo da tempo. Ma si sa, andiamo sempre di corsa, presi da mille pensieri, inseguiti dal tentativo di soddisfare almeno un minimo le nostre necessità più o meno impellenti, più o meno fondamentali, più o meno reali. E quindi il nostro cervello spesso mette inconsciamente da parte certi input sgradevoli, benchè importanti, attendendo momenti più opportuni per farvi fronte. Ma certe volte sbattiamo così forte contro le cose che diventa impossibile proseguire il nostro percorso fingendo che sia tutto a posto, come se nulla fosse. Già da qualche giorno qualcosa mi si muoveva nello stomaco, chiedendo con insistenza che dessi voce a quelle sensazioni. Ci avevo provato a mettere a tacere le fitte di dolore che mi trapassavano i pensieri, e sembravo esserci riuscito. Ma ieri notte no, non fu più possibile. Stavo procedendo lungo il corridoio in forte penombra, quando colpii qualcosa col piede. Qualcosa di morbido, poco reattivo ma non inerte. Mi avvicinai all’interruttore e accesi la luce. Era lei. Era ferma, immobile al centro del corridoio, paralizzata dal totale disorientamento sensoriale. Una morsa mi serrò il cuore. La sollevai da terra. Un gemito stridulo salutò questa mia azione, un suono che sembrava un misto tra paura per l’improvviso contatto, fastidio per aver contribuito allo spaesamento, ma anche quasi un grazie soffocato perché mi stavo prendendo cura di lei. La portai nella camera dove era solita dormire, e l’aiutai ad accomodarsi sul letto. Lei esitò un istante, con quell’aspetto del tutto sperduto che ormai possedeva da tanto. Probabilmente stava cercando di orientarsi, visto che “qualcosa” l’aveva improvvisamente spostata da un luogo sconosciuto ad un altro altrettanto sconosciuto, almeno per i suoi sensi ottenebrati. Poi sembrò capire. Emise un ultimo gemito leggero, e si accoccolò sul letto, prendendo sonno. La osservai per qualche minuto, soffrendo silenziosamente per ciò di cui mi ero appena reso conto. Le diedi un’ultima, affettuosa carezza, poi la lasciai tranquilla al suo incerto riposo, e tornai in camera. Sapevo, anche se non volevo pensarlo, che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni. Fui sollevato, da un canto, pensando che avrebbe finalmente smesso di soffrire. Ma pensai a quanto mi sarebbe mancata, e piansi. Piansi, come sto piangendo adesso. E decisi che dovevo ricordarla, per lungo tempo, in maniera adeguata al mio affetto per lei. Ed è per questo che sono qui adesso a scrivere. E le mie lacrime riscalderanno le mie parole. Per lei.

 

Dedicato a Lilly, la mia dolcissima gattina. Possa tu, quando sarà il momento, ritrovarti felice in un mondo migliore. Dove – spero – ti ricorderai di me. Tu nel mio cuore ci resterai. Per sempre.

  [Wanderer 28/10/2008 22:26]

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commenti
  1. lukeElulla ha detto:

    dire bella è poco..parole sussurrate dall\’anima…

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  2. Wanderer ha detto:

    Grazie per l\’apprezzamento…In effetti è vero, ciò che ho scritto deriva da una situazione che mi scavava dentro già da un bel po\’, e avevo la necessità di estrinsecarla. E credo di essere riuscito a renderla esattamente come la sentivo.A presto. 🙂

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