The Soul Exchange [Catarsi]

Pubblicato: 10 dicembre 2009 in Storie & C., Telling Tales...
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Il rumore della chiave che girava nella serratura lo fece sobbalzare, distogliendolo dal suo stato di profonda meditazione.
E’ l’ora, fratello…
Varcò la porta, e si accinse a quell’ultimo, definitivo passo.

Molto tempo era passato dalla sua vecchia vita: una vita condotta all’insegna dell’assoluto egoismo e della mancanza di rispetto per qualsivoglia regola. Giorni che scorrevano velocemente immersi in un miscuglio di imbrogli, ingiustizie, intrighi. E ognuno di questi giorni era una sorta di gioco al massacro per la sua anima, un segno rosso sangue dietro l’altro, su un insignificante calendario in bianco.
Ma non era sempre stato così, anche se il ricordo di altre strade era ormai parecchio nebuloso. Se si sforzava, riusciva a rivedere giorni di sole, e due ragazzi che correvano per i prati urlando la loro fanciullesca, felice innocenza.

Ryan, quello era il nome… Ryan, suo fratello. Un’entità apparentemente da lui inseparabile, fino al compimento della loro maturità, quando entrambi furono costretti a scelte dolorose.
Ryan, il maggiore, sempre saggio nelle sue valutazioni, sempre incline alla ragionevolezza, sempre disposto al perdono, sempre intriso di bontà e generosità… Quale altra strada avrebbe potuto mai scegliere, se non quella che conducesse al servizio del suo prossimo, al sostegno del debole, al mantenimento dell’ordine?
E così era diventato una Guardia della Compagnia di Britannia: una scelta dura, che costringeva ad un perenne sacrificio. Ma che, a dire di Ryan, era ripagata da un continuo riempirsi dell’anima, che si nutriva del bene che egli faceva quotidianamente.

Ma lui no. Lui, Dean, non poteva scegliere siffatte strade di asprezza e dolore. Era cresciuto con l’intimo desiderio di possedere il mondo, e brusco era stato il risveglio quando le bambinesche illusioni erano crollate, rivelando ai suoi occhi un mondo che giammai avrebbe potuto possedere seppure in minima parte: un mondo che semmai lo avrebbe travolto, schiacciato tra bisogni e fameliche aspirazioni dissolte.
E così fu per lui naturale dirigersi verso quello che credeva fosse il percorso più breve e meno impervio: si diede ad una vita fatta di piccole ruberie, almeno all’inizio, di truffe che nella sua distorta visione della realtà erano del tutto innocenti, visto che alla fine non erano altro che un rubare al ricco per dare al povero, ovvero a sé stesso.
Ma questo stile di vita fa presto a degenerare, e così poco passò perché i furtarelli diventassero veri e propri assalti, e perché il sangue iniziasse a scorrere copioso per mano sua.
Ma era tardi, ormai, per i rimorsi. E così non fece altro che spegnere quelle voci che nella sua testa cercavano di suggerirgli strade differenti, riponendo nel più nascosto cassetto della sua mente quella che gli uomini buoni chiamano coscienza.
E andò avanti, giù nel delirio, in un oscuro gorgo di violente passioni che durò oltre 10 anni.

Il tempo era passato senza che avesse più avuto notizie del fratello. Le uniche cose di cui era venuto a conoscenza erano che egli aveva lasciato la Compagnia di Guardia, stanco della corruzione e della disonestà che vi serpeggiava dentro, e che si era ritirato ad una non meglio identificata vita meditativa.

Un giorno, durante una delle sue ormai quotidiane scorrerie, Dean si imbatté in un carro condotto da alcuni monaci, con destinazione finale un monastero Shaolin che era stato eretto, in tempi ormai non identificabili, quasi ai confini di quelle terre.
La spada sollevata, Dean si apprestava a compiere l’ennesimo massacro votato all’ingordigia, con l’unico scopo di derubare quei pacifici uomini dal misero carico che con essi portavano. Era ormai aduso a confrontarsi con più di un avversario alla volta: il tempo lo aveva indurito, reso forte e abile, e pochi erano gli avversari in grado di tener testa alle sue lame. Cosa potevano dunque una manciata di poveri religiosi contro di lui? Sarebbero durati il tempo di un sospiro, quell’ultimo sospiro che avrebbero esalato prima di accasciarsi esanimi.
Mentre si accingeva all’imboscata, un brivido lo scosse violentemente, quasi un oscuro presagio di sangue. Scrollò la testa, come per liberarsene, e si lanciò all’assalto privo di alcuna remora.
Ma aveva fatto male i suoi conti, per una volta: quei monaci avevano sì intrapreso una via di dedizione e meditazione, ma questo per loro non necessariamente coincideva con l’essere del tutto inermi. Il primo monaco su cui cercò di abbattere la sua lama con un semplice fruscio e un movimento netto della mano lo disarmò torcendogli un polso, gettandolo a terra senza sforzo apparente e immobilizzandolo senza però fargli alcun male.

“Tirati su” gli disse il monaco con tono pacifico ma assolutamente fermo, e lui non ebbe forza di disobbedire. Si alzò in piedi tenendo il volto basso, intriso di un’inesorabile vergogna per essere stato così velocemente messo in condizioni di non nuocere da un semplice monaco.
“Guardami, fratello” furono le successive parole del monaco.
Quella voce… Una scarica di ricordi lo attraversò, simile ad un fulmine che penetra nelle più profonde fibre di un albero durante una tempesta.
Non poteva essere, no di certo…
“Guardami, Dean!” gli ordinò, stavolta con tono più duro.
Era Ryan, era il suo un tempo beneamato fratello, che si ergeva fiero lì davanti ai suoi occhi, avvolto nella tunica da monaco, quasi irriconoscibile nell’aspetto, ma con quel lampo inconfondibile negli occhi.
Il cuore gli si riempì di un’inaspettata gioia. Avrebbe voluto urlare, saltare, abbracciarlo… Mille domande gli si affollavano nella mente, domande che stavano per riversarsi fuori dalla sua bocca come un’incontrollabile, selvaggia cascata.
Ma un urlo disperato bloccò sul nascere le sue parole: un urlo di donna, che veniva da non molto distante.

Ryan si volse di scatto, e lui quasi contemporaneamente: ad Est una colonna di fumo si alzava, oscuro presagio che odorava di morte.
“Andiamo!”, gli disse sottovoce.
Dean esitò un attimo, poi si rese conto che i compagni di viaggio di suo fratello erano solo una manciata di poveri vecchi, che probabilmente di nessun aiuto sarebbero potuti essere in quel frangente. E così scosse via ogni dubbio, e si lanciò dietro Ryan, correndo verso quel fumo.

Era una povera casa di contadini, circondata da alcuni recinti dentro i quali alcune bestie emettevano versi impazzite dalla paura. Il fuoco l’aveva ormai avvolta quasi per intero, e davanti ad essa stava una donna in lacrime.
“Il mio bambino!!! Salvate il mio bambino!!! Qualcuno ci aiuti, vi prego!!!”
Ryan non si fermò neppure un attimo a pensare, sfondò con un calcio la porta e si lanciò tra le fiamme. E per Dean fu naturale seguirlo, incosciente, ma certo di ciò che fosse giusto in quel momento.
Il fumo era denso e bruciava i polmoni, e per un attimo Dean, trovatosi da solo, fu colto dalla più totale disperazione. Poi vide davanti a sé una figura indistinta, il cui incedere era impedito da una trave in fiamme: era Ryan, che teneva tra le braccia un bimbo, impaurito ma apparentemente incolume.
“Prendilo” gli urlò, lanciandolo verso di lui. Dean riuscì ad afferrarlo al volo per puro miracolo, poi si volse verso il fratello. “Ryan!”
“Va’ via di qua, via, prima che venga giù tutto!”
Dean sapeva che il fratello aveva ragione, che non c’era altra strada, ma il suo corpo, il suo cervello, la sua anima, tutto urlava di straziante dolore. Il bimbo si strinse terrorizzato al suo petto, e lui capì che non aveva scelta.
Fece qualche passo indietro, individuò uno spazio non ancora avvolto dalle fiamme e vi si lanciò, in cerca dell’uscita. Ebbe appena il tempo di varcare la porta quando la casa crollò su sé stessa, portando inesorabilmente via con sé quel turbinio di dolci ricordi che poco prima lo avevano invaso.
Porse il bimbo alla madre, poi crollò in ginocchio. Un lampo nero gli attraversò gli occhi, mentre stilettate di dolore gli esplosero nel cuore. Poi tutto fu buio.

Il flusso di ricordi, così improvviso, cessò, e Dean si ritrovò in piedi, davanti ad un lungo corridoio in penombra.
Sullo sfondo, una luminosa apertura, e Dean sperava che essa l’avrebbe condotto ad una rinnovata esistenza. Al di là di quella porta, il Consiglio degli Anziani attendeva.
Si incamminò, lentamente ma con decisione.

“Abbiamo valutato con attenzione la tua richiesta. La tua vita non è certo stata esemplare, né la virtù ha facilmente attecchito dentro al tuo cuore negli anni da te trascorsi. Ma hai dimostrato tenacia nel condurre il lungo cammino del rinnovamento, e inaspettata, notevole forza d’animo nel sottoporti alla purificazione. E il tuo pentimento ci appare sincero e disinteressato. Abbiamo dunque deciso di accogliere la tua anima tra le nostre, e di lasciare che il tuo cuore batta all’unisono con tutti quelli che in questo Monastero hanno trovato posto e rifugio dal dolore del quotidiano. Ti invitiamo dunque a deporre le spoglie della tua passata vita, per intraprendere un cammino fatto di luce e generosità. E come simbolo di questo rinnovamento, ti chiediamo di abbandonare il tuo nome originario, e di scegliere come d’ora in poi sarai appellato.”

Dapprima in silenzio, senza esitazione, Dean sollevò la testa con fierezza. E infine pronunciò nettamente le sue parole: “A lungo ho negato a me stesso quale fosse la giusta strada da percorrere, troppo a lungo ho dimenticato quale fosse ai miei occhi il vero esempio da seguire. Il mio nome, da oggi in poi, sarà Ryan: come mio fratello, la cui memoria vivrà in me come guida fino alla fine dei miei giorni..”

 

(Wanderer 09/12/2009, 19:40)

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