The Sands of Time [Monotono ripetersi]

Pubblicato: 7 giugno 2010 in Riflettendo
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Lenti, inesorabili, granelli di tempo strisciano su di me.
Svuotano immobili clessidre, imbiancando come di neve marcia le strade vuote di una vita in toni di grigio.
Giorni si stratificano su un corpo che invecchia, riempito da una mente che pare staccarsi dalla concretezza di cui solitamente si è sempre nutrita. E lascia scivolare giorni, come foglietti di calendario giù nella spazzatura, uno dopo l’altro. Piccoli segni a tracciare microavvenimenti di valore prossimo allo zero coprono rarefatti la loro superficie. E l’occhio li segue nella loro discesa verso il dimenticatoio di domani.
Domani, forse uguale a ieri, mai diverso da oggi.

Fotografie dimenticate giacciono a colmare cassetti, per i quali ci sarà sempre tempo un altro giorno a pensare di riordinarne il ciarpame. E persone evaporano, l’una dietro l’altra, quasi ombre di vapore su un vetro sporco. Nessuna traccia lasciano dentro, se non il disgustoso tanfo di quel vapore che si impasta alla fetida polvere che lo ricopre.

Guardando indietro senza potersi voltare, fuggendo in avanti senza appigli per sorreggersi: equilibri spezzati o forse mai nati, incrinature nel velo di realtà che fingi di sentire.

Insoddisfazione come regola di vita, il vuoto per riempirla.
Mordi le labbra, per sentire quell’inconsistente gusto del liquido acquoso che è ormai il tuo sangue.
Cerchi tra le ceneri qualche favilla, seppur infinitesima, di quel fuoco che un tempo era il tuo vitale respiro. Ma le ceneri, gelide ormai, ti scivolano insensatamente fra le dita.
 

Lo stomaco stretto in una morsa che ormai ha perso addirittura la sua presa, trasformandosi in un perenne stato di vago languore, fissi un lontano/altrove che non c’è, sperando di poter vedere oltre il tuo banale qui ed adesso. Ma la miopia ormai cronica della tua anima ti afferra per il collo, riportandoti al nudo sentire – senza vedere – qualcosa che non c’è, che non ci sarà più. O forse non c’è mai stato?

Prima, non poi, non adesso, forse mai. Ti sei arreso da tempo all’ineluttabilità dello spegnersi, e quasi non fai più caso ad anni che a decine bruciano le tue cellule, devastano il tuo corpo, avvizziscono le tue facoltà cognitive.
Sempre più il tuo essere somiglia al patetico tronco carbonizzato che è ciò che resta di un secolare albero in una foresta divorata dal fuoco della sconfitta, sempre più come le sue radici le tue gambe tremano, e attendono il loro destino, la loro finale, definitiva caduta.

Guardi da fuori – spettatore inerte, impassibile, strafottente – il tuo declino quotidiano. E ogni foglio di quel calendario è un altro macigno che opprimerà qualsivoglia, seppur piccolo, desiderio di rialzarsi urlando, di rimettersi a correre.
Perché non c’è più un dove correre. Tutto qua.

[Wanderer 07/06/2010, 03:09]

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