Facing Life [Consapevolezze]

Pubblicato: 21 agosto 2012 in Storie & C., Telling Tales...
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Mi comprate da mangiare, ragazzi? Ho fame.

La prima, consueta e automatica reazione è quella classica di fastidio, seguita dall’ancor più classica risposta borbottata a mezza bocca “Non abbiamo soldi, mi dispiace”. Un “mi dispiace” di un’ipocrisia che più ipocrisia non si può, pronunciato senza neppure guardare in faccia il proprietario di quella flebile voce tremolante.

Poi risali sulla moto assieme alla tua ragazza e inizi ad andare, pensando ai fatti tuoi.

E ad un certo punto una stilettata ti trafigge dolorosamente il cuore, e una orribile consapevolezza ti si insinua nel cervello. “Non ha chiesto dei soldi, ha chiesto di comprargli da mangiare”, dici con voce spezzata alla tua compagna seduta dietro di te.

E quel “Ho fame” continua a rimbombarti nelle orecchie, sempre più incalzante, fino a farti scoppiare l’anima.

Ed allora ti rendi conto che a volte davvero non puoi fare a meno di avere un cuore, per quanto tu non lo voglia. Non puoi fare a meno di provare almeno un briciolo di compassione, non puoi essere così arido e spento come vorresti, come sarebbe più comodo per vivere in maniera più “tranquilla” e meno consapevole della merda in cui il mondo affoga quotidianamente.

E decidi improvvisamente che stavolta non puoi lasciar stare, non puoi trattare quell’esemplare di umanità sfortunata – tuo simile molto più di quello che vorresti – come fosse uno straccio vecchio, su cui puoi passar sopra e dimenticartelo subito dopo.
Concordi con la tua compagna di ritrovarlo e dargli almeno un minimo di aiuto, almeno quel po’ di cibo che potrà fargli passare almeno questa serata senza soffrire troppo i crampi allo stomaco ma soprattutto alla sua anima disperata.

Inverti la marcia, in cerca del vecchietto e contemporaneamente di un posto dove trovargli del cibo, in questa squallida città svuotata dal post-Ferragosto e contemporaneamente dall’orario di chiusura di quei negozi già riaperti dopo delle ferie troppo brevi, ma fin troppo lunghe per quello che ci si può permettere in questi tempi di decadenza economica così folle.

Comprate della pizza a taglio e una bottiglietta d’acqua, poi iniziate a cercarlo, terrorizzati all’idea di non essere più capaci di ritrovarlo perché magari si è infilato in una delle tante strade secondarie. E la paura aumenta man mano che andate avanti e che di lui sembra non esserci più traccia.
Quand’ecco finalmente lo vedi, al di là di un semaforo rosso. Chiedi a lei di tenerlo d’occhio per non rischiare di perderlo, mentre aspetti impaziente che questo semaforo interminabile cambi colore.

Finalmente puoi ripartire, tagli diagonalmente la strada a un paio di scooter e qualche auto che sembrano comunque non essersi neppure accorti della tua esistenza, ti fermi accostando.
Una sorta di sollievo ti pervade nel vederlo: almeno per una volta nella tua vita stai facendo qualcosa di buono, stai dimenticando il tuo triste, abitudinario egoismo più o meno forzato.

Vi avvicinate. “Ti abbiamo preso qualcosa da mangiare.” L’uomo resta quasi impietrito, era ovvio che non si aspettava nulla del genere.
Ti va bene la pizza? E abbiamo preso anche una bottiglietta d’acqua.
Sì, grazie, va benissimo. E soprattutto l’acqua.“, ti risponde con gli occhi lucidi, un po’ spiazzandoti.

Improvvisamente ti guarda, con un’espressione di disperata e dolorosa gratitudine. Poggia delicatamente il cibo sul bordo di un’aiuola, e ti stringe impetuosamente la mano, piangendo e scusandosi. E tu senti il fortissimo bisogno di scusarti a tua volta per essere stato indifferente, insensibile: “cattivo”, ti definisci.

E le lacrime esplodono improvvise anche dai tuoi occhi, inarrestabili, un tutt’uno con le sue mentre ti sintetizza in brevissimo la sua storia, quella di un uomo devastato dalla disgrazia e da una malattia incurabile della moglie, giunto infine all’inevitabile, usuale conclusione: mendicare cibo e compassione per strada tra l’indifferenza di gente (gentaglia par tuo, più che altro) che in un’occasione ha persino risposto alle sue richieste timide e cortesi, mai pressanti, con un “Ma vai a lavorare, PEZZENTE!”. Beh, sì, certo… la risposta più adatta da dare ad un povero disgraziato che avrà almeno una settantina d’anni portati male e sta letteralmente morendo di fame e di stenti.

Ti senti una vera merda, continui a scusarti come un disco rotto. Gli auguri qualcosa di buono, non sai nemmeno tu cosa stai dicendo. Lo salutate mentre ancora piangi, andate verso la moto.
Ma ti fermi nuovamente prima di salire in sella, ti rendi conto che non è neppure lontanamente sufficiente quello che hai fatto. Uno scambio di sguardi con lei, prendi dei soldi dal portafogli (pochini, purtroppo, ma pur sempre una cifra significativa per un merdoso disoccupato come te), torni da lui e gli dici con voce e mente incerta “Usali per mangiare almeno per un altro giorno”. E piangi, ancora, e anche lui piange. E ti augura del bene, sconvolto dall’essere stato oggetto di una simile attenzione. Lui, abituato ad essere scansato, ignorato, magari insultato o peggio.
E ti è grato, senza neppure rendersi conto che ciò che hai fatto non è neppure un briciolo di ciò che realmente dovresti. Non è nulla rispetto all’immenso divario che vi separa, sebbene tu non sia esattamente uno di quelli che naviga nell’oro. Ma oggi ti sei reso conto di essere fortunato sul serio: hai toccato con mano gli effetti della stra-abusata espressione “Pensa che c’è chi sta peggio di te”.
E ti ha fatto male, tanto.

E tornati a casa, hai detto a lei: “Mi sento traumatizzato”. Ed è davvero quello che provi. E’ come se un TIR ti avesse preso in piena faccia, ancora non riesci a fare a meno di pensarci.
E devi almeno scriverlo, perché sarà forse l’unica maniera accettabile per sfogare questa angoscia che ti divora dentro. Sarà forse l’unica maniera per fermare indelebilmente questo momento, marchiandolo a fuoco e sangue.
Perché lo sai: adesso stai così, ma domani sarà di nuovo tutto come prima, e la tua voluta insensibilità avrà ripreso il sopravvento. E il mondo girerà come sempre, come ogni fottuto giorno della tua vita. E fra una settimana non penserai più a quel vecchietto, non in maniera così forte quanto meno.
E fra una settimana lui potrebbe non esserci più, e tu non lo saprai mai. Né questo ti cambierà qualcosa.

Però almeno per un attimo ti sei ricordato di essere umano. E hai realizzato che quegli interruttori del cuore che hai sempre agognato e che da tempo immemorabile credi di possedere, quelli no, non ci sono. Né probabilmente ci saranno mai, anche se continuerai a portare avanti la commedia.

E quelle parole intanto ancora ti rimbombano dolorosamente nelle orecchie: “Ho fame”.

[Wanderer 21/08/2012, 21:04]

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commenti
  1. Angelo ha detto:

    Tu sai che uno dei pochi rimpianti verso gli altri (verso di me ne ho tanti) è stato quello di aver ignorato la richiesta di uno sfortunato alla stazione di Palermo, un immigrato che in siciliano mi aveva chiesto dei soldi per un panino, aggiungendo poi in siciliano ” ‘Sta irnata unn’aiu manciatu”?
    Non glieli diedi perché là c’è sempre gente che ti chiede soldi e la maggior parte lo fa per “mestiere” più che per sfortuna e non glieli diedi perché non me ne volevo egoisticamente privare.
    Solo che poi, ripensandoci più tardi, mi resi conto che il tipo non era stato insistente come i mendicanti di mestiere, risentii nella mente quell’ “Unn’aiu manciatu e rividi i suoi occhi imploranti e realizzai che avevo rifutato di aiutare una persona che aveva realmente bisogno (mentre magari qualche volta dietro pressanti richieste avevo dato soldi a gente che non aveva reale bisogno ma che aveva scelto di scroccare ai passanti, per non parlare della mancia-pizzo ai posteggiatori) e mi sentii quello che ero stato: un pezzo di merda. Ma più che concentrarmi su questo pensai a lui, chiedendomi se poi avesse incontrato qualcuno meno pezzo di merda di me che gli avesse fatto mangiare quel panino o se invece non fosse addirittura svenuto per non dire peggio a causa della mia crudele indifferenza.
    A questa cosa penso spesso, è un rimorso di cui non posso liberarmi, e trovare stasera questo tuo post mi è quasi sembrato qualcosa di più di una coincidenza, l’occasione di raccontare e confessare quanto abbia fatto schifo e quanto sia stato disumano rifiutando di aiutare una persona che aveva fame .
    Tu per fortuna del tipo e anche tua sei stato più umano di me.

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  2. Wanderer ha detto:

    Angelo, io credo che quel tuo essere stato “disumano”, come tu l’hai definito, non sia realmente una TUA colpa.

    Lo schifo di mondo in cui viviamo, pieno di gente di merda che simula bisogno per approfittarsi della compassione altrui, ci costringe a sviluppare (quasi fosse una sorta di vaccino) uno stato di indifferenza amorfa e aprioristica che troppo spesso ci impedisce di valutare correttamente certe situazioni che ci si parano davanti.

    Inoltre subentra anche uno “scudo” che la nostra mente sviluppa per proteggerci e tenerci lontani anche dalla VERA miseria e dall’altrui disperazione, un cinismo non sempre volontario che ha come scopo precipuo quello di risparmiarci quella che altrimenti sarebbe una costante sofferenza nel confrontarci con le vite di quegli “altri” che dalla vita hanno avuto infinitamente meno di noi (e sono sempre la maggioranza, purtroppo, visto che viviamo in un mondo dove ricchezza e benessere sono distribuiti col culo, alla faccia di chi continua a sostenere l’esistenza di deità buone e misericordiose di ‘sto cazzo).

    (E’ esattamente quel tipo di “scudo” che ad esempio manca nei missionari e in generale a chi dedica la propria vita al sacrificio in favore degli altri, maniera di vivere che – per mia triste sfortuna o forse reale fortuna, non saprei davvero dirlo – non posso e non voglio comprendere neppure lontanamente, essendo per natura in qualche modo un egoista e un egocentrico.)

    Con tutto questo non voglio certo dire che sia giusto ignorare i bisognosi e trattarli come stracci, ma semplicemente che è davvero una questione di sopravvivenza per tutti quelli come noi, che non trasudano certo soldi da ogni poro, subire una sorta di indurimento del cuore e dello spirito che ci aiuti a non provare costantemente dolore in tutte queste infinite occasioni in cui ci tocca confrontarci con la dura realtà dei reietti e degli “ultimi”.

    Certo, qualcuno risponderebbe che potremmo fare qualcosa anche nel nostro piccolo, ma dal mio punto di vista non sarebbe mai sufficiente, ed egoisticamente sono portato a pensare che l’eccessiva attenzione a certe situazioni finirebbe per distruggere del tutto i precari equilibri mentali e di vita che faticosamente cerchiamo di costruirci.
    E’ cinico? Forse sì, ma è appunto SOPRAVVIVENZA, per quanto mi riguarda.

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