Riding the fall [Il “non-qui”]

Pubblicato: 26 ottobre 2012 in Storie & C., Telling Tales...
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Light_At_The_End_Of_The_Tunnel_by_Mcgreeny

Quindi è così che finisce.
Tutte quelle stronzate sulla luce in fondo al tunnel, sugli Angeli che vengono a prenderti per mano, o piuttosto su creature alate e cornute dall’orribile ghigno che stanno lì ad attenderti a braccia conserte…
E invece nulla di tutto questo. Solo nero, assoluto nero. E tempo, tanto tempo per riflettere. Anche troppo.

L’ultima cosa che ricordo (si dice sempre così, giusto?) è quel sottopasso sotto al cavalcavia, che stavo percorrendo in sella alla mia amata moto. L’avrò percorso un’infinità di volte e sempre a velocità sostenuta, senza mai provare neppure lontanamente un brivido di rischio. E oggi, invece, l’imprevisto. Qualcosa ha fatto sì che perdessi l’equilibrio mentre piegavo leggermente per affrontare il tratto curvo in discesa. Un piccolo sobbalzo, nulla che in altre occasioni non sarei riuscito a recuperare quasi in maniera inconscia, senza nemmeno registrare l’accaduto. Ma oggi no.
Ricordo la moto che perdeva aderenza, iniziando una veloce derapata giù verso il muro di contenimento del cavalcavia. Ricordo che l’ultima parola che mi è sfuggita dalle labbra è stata un’imprecazione, morta lì a metà. Ricordo il grigio del cemento che si avvicinava a velocità supersonica alla mia faccia quasi impassibile, incredula.
E poi il nero.
Solo nero.

Non so da quanto tempo sono “qui”. Che poi cos’è “qui”? Dove sarebbe “qui”?
Non credo sia un posto, non ne sento alcuna fisicità. Non c’è suono, non c’è il minimo movimento d’aria. Anzi, a pensarci bene non c’è nemmeno l’aria. Non la sento nei miei polmoni. Polmoni… no, non ci sono neppure quelli.
Credo di essere una sorta di puro pensiero in questo momento (ma anche il termine “momento” non è per nulla esatto, dal momento che “qui” nemmeno il tempo scorre. E’ immobilità assoluta. E’ vuoto. E’ silenzio. E’ la negazione del tutto, e il contrario di esso allo stesso tempo.

La mia mente è un groviglio inestricabile di ricordi, pensieri, parole, immagini, suoni, colori, odori, rumori… Cerco di scavarci in mezzo, cerco di dare un senso a tutto questo. Ma sento che è persino inutile provarci: forse sarà meglio afferrare ciò che posso in mezzo a questo turbinio indistinto, e provare a mettere a posto le singole tessere del mosaico una alla volta, senza fretta. Fretta… non serve la fretta, in un “qui” senza tempo.

Dicono che negli ultimi istanti ti vedi scorrere davanti agli occhi tutta la tua vita. Beh, si sbagliano. O quanto meno, se succede è così veloce che non te ne accorgi nemmeno, non hai né puoi avere il tempo di cogliere le infinite sfumature, gli infiniti accadimenti che hanno composto il tuo percorso: il sapore di una torta alle fragole, il primo bacio, una notte insonne, quel dolore pazzesco quando ti sei pestato per errore un dito con una martellata data con rabbia, il sesso selvaggio dei tuoi 20 anni, quella stradina scoperta quasi per caso assieme a lei durante un viaggio romantico…
C’è troppa roba perché possa entrare in pochi attimi. Quindi basta con le stronzate, classifichiamo anche questa come tale assieme ai tunnel e alle varie creature alate bianche o nere e andiamo avanti.

Allora vediamo… come possiamo rendere fruttuosa questa situazione?
Di andare da qualche parte non se ne parla, abbiamo già appurato che siamo in mezzo al non-dove.
Far colazione è fuori discussione: a parte che non vedo tavole calde da nessuna parte… ma poi come dovresti mangiare, se non hai una bocca né dei denti? Non sono mica solo i polmoni che mancano all’appello. E poi non hai neppure fame, quindi…
Bene, sembra che l’unica cosa che mi sia concessa è pensare. E pensiamo allora.
Pensiero positivo. Sì, come no? Come faccio a pensare positivo, se sono il nulla avvolto dal nulla?
Pensiero costruttivo? Idem come sopra.
Uhm… tocca trovare qualcosa di impegnativo a cui pensare, sennò qui il non-tempo sembrerà ancora più eterno.
Ho trovato! Facciamo un bilancio. Facciamo come quelle aziende sull’orlo del disastro (o anche al di là di esso) che si illudono di trovare nei numeri un appiglio per risollevarsi e venir fuori dalle sabbie mobili.
Tocca trovare qualcosa da cui iniziare, un ordine da dare alle cose.
Vediamo un po’…

Lei lo osservava, guardava il suo petto salire e scendere ritmicamente, coordinandosi con le sue narici che inspiravano avide d’aria per poi rigettarla fuori dopo un attimo.
Lui però aveva un’aria strana, lì, immobile sul letto. Non era come le altre volte, quando sogni più o meno movimentati gli provocavano dei piccoli spasmi e sussulti, e i bulbi oculari gli si muovevano visibilmente sotto le palpebre ben chiuse.
No, stavolta il suo corpo era totalmente, assolutamente immobile. Se non fosse stato per i movimenti indotti dal suo respiro si sarebbe potuto credere che il suo corpo fosse finto, o mummificato.
Sul viso di lei apparve una smorfia. Prima appena accennata e amorfa, iniziò a prendere la forma della preoccupazione. Era combattuta tra il lasciarlo dormire e lo strattonarlo per riportarlo nel mondo degli svegli, perché le desse segno di essere ancora lì con lei non solo con il corpo, ma anche con la sua mente.
Ma erano le 3 del mattino, sarebbe stato assurdo svegliarlo per una semplice sensazione, quella sensazione che l’aveva svegliata di soprassalto, costringendola a mettersi a sedere nel letto con il cuore in tumulto e il respiro spezzato, e ad accendere la luce e guardare con gli occhi spalancati il suo uomo che era steso lì accanto a lei.
Tentò un leggero approccio, gli mise una mano sul braccio, gli accarezzò il viso. Ma da parte sua nessuna reazione.
Ad un tratto notò che il petto gli si muoveva con un ritmo più lento, quasi come se le batterie che lo alimentavano si stessero per scaricare.
Il suo senso di preoccupazione misto a perplessità aumentò.
 

Il nero si era fatto, lentamente ma inesorabilmente, più “stretto”.
Scusate, ma come diavolo fa un “nero” che non è nemmeno un “qui” a diventare “più stretto”? si chiese perplesso mentre sentiva restringersi intorno a sé quel nulla indefinito.
Sentiva il pensiero intorpidirglisi, i pensieri fluire sempre più difficilmente, come se qualcuno avesse iniziato a chiudere i rubinetti.
Una sensazione di panico lo pervase.
Non è possibile, maledizione. Non bastava il nero, il non-luogo, il nulla? Deve anche ridursi ulteriormente?.
La sua mente cercava appigli, spiegazioni. Il bilancio era l’ultima delle sue priorità adesso. L’imperativo era “sopravvivere”. Non sapeva bene a cosa, visto che probabilmente non poteva neppure parlare più di “vita”.
E improvvisamente, cadde.
Precipitò in una direzione che non era “giù”, visto che non c’erano riferimenti, ma la sensazione era esattamente di chi si lancia dall’ultimo piano di un grattacielo e assapora le ultime dolceamare boccate d’aria mentre il suolo si avvicina sempre più.
In caduta libera, la sua mente non riusciva più ad elaborare pensieri concreti e sensati. C’era solo il panico, un’immensa paura primordiale, a togliergli quell’aria inesistente da polmoni che non aveva.
D’improvviso una luce pazzesca e accecante, un inferno di frastuono visivo che gli fece l’effetto di un TIR lanciato in piena corsa verso la sua faccia.
E si svegliò.
 

Amore?” gli disse con la vocina tremante e piena di sensi di colpa, quando lo vide aprire gli occhi terrorizzati.
Alla fine lei non ce l’aveva fatta più ad attendere passivamente, e aveva deciso di scuoterlo per una spalla per porre fine a quel suo sonno così insolito, che le metteva addosso dei brividi indefiniti mentre lo fissava.
Inizialmente lui non aveva reagito, così lei lo aveva scosso ancora più forte, finché non era riuscita a tirarlo fuori dal suo torpore.
“Hey…” biascicò lui. Poi realizzò di essere nel loro letto, e non in quel non-luogo indefinito. E capì che si trattava solo di un sogno. Strano, inquietante, ma pur sempre uno stupidissimo sogno.
Le sorrise, le accarezzò il viso tranquillizzandola.
Si fecero un po’ di coccole; poi però crollarono entrambi, stremati dal sonno e da indistinte paure, e si riaddormentarono. E stavolta il suo fu un sonno senza sogni, né interruzioni fino al mattino seguente.
 

Dopo aver fatto colazione assieme finì di prepararsi, poi la salutò con un bacio appassionato e un abbraccio che sembrava non voler finire mai.
Sembra quasi che tu stia per partire per un lungo viaggio”, lei gli disse.
Lui le sorrise in silenzio con tutto l’amore di cui era capace. Poi aprì la porta e uscì, dirigendosi verso il garage.
Casco in testa, giubbotto ben chiuso, diede un’occhiata al cielo che si intravedeva al di là dell’apertura: un cielo strano, grigio con sfumature giallastre, ma senza alcun preavviso di pioggia.
Accese la moto e partì, lasciandosi dietro la porta automatica che si chiudeva.
 

Per strada non c’era molto traffico, cosa insolita per quell’orario. Imboccò la rampa di accesso alla strada principale, e si avviò verso la sua meta. Percorse un paio di chilometri, poi, mentre imboccava un tratto in leggera pendenza, ebbe un piccolo brivido, ma volle ignorarlo.
Più avanti, a un centinaio di metri, c’era il cavalcavia. Il rombo della moto gli riempiva le orecchie, mentre si avvicinava velocemente.

 

[Wanderer 26/10/2012, 23:15]

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commenti
  1. Barbara ha detto:

    Questa la lessi un po di anni fa e come.allora mi lascia con un senso di profonda angoscia è scritta con dettagli realistici e molto forti non sembra una storia inventata piuttosto una premonizione e questo confesso mi spaventa

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  2. Wanderer ha detto:

    E se ti dicessi che questa storia mi esplose nella testa proprio un giorno in cui in moto percorrevo – per l’ennesima volta – a discreta velocità un sottopasso praticamente identico a quello descritto, e continuò a martellarmi nel cervello e nel petto finché non giunsi a casa e non la buttai giù per iscritto?

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