INCIPIT #2

Pubblicato: 30 giugno 2014 in Incipit, Storie & C.
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“Ok, guardati intorno. Trova un punto di riferimento, fissalo per bene, poi raggiungilo e parti da lì. Piano, un passo alla volta, senza fretta.”

Il fiato mi si spezza in gola. Tento di muovere una gamba, ma non risponde. Una morsa mi comprime lo stomaco, crampi mi attanagliano le giunture.

“Respira, su, da bravo. Come ti hanno insegnato. Respira a fondo, chiudi gli occhi, svuota la mente…”

Va bene, ci riprovo. Stavolta la gamba si muove. Prima lentamente, con incertezza, solo un paio di centimetri. Trasmette il movimento al piede, che mi sembra appartenere a qualcun altro. Mi vengono in mente i vecchi prototipi dei primi robot visti nei documentari da bambino.

Ora l’altra gamba, stavolta è quasi facile. La coordinazione tra il comando del mio cervello e il conseguente movimento adesso funziona, o così sembra.

“Piede, appoggiati davanti all’altro. E via così… stiamo camminando.” O barcollando, sarebbe la definizione più adatta. Ma va bene, l’importante è muoversi, raggiungere la meta, e da lì ripartire.

 

(Una settimana prima…)

“Quando ha cominciato ad avere questi attacchi?”

Il terapeuta appare quasi spazientito, gli si legge negli occhi che sono l’ultimo del suo turno e che non vede l’ora di finire con questa seccatura per tornarsene a casa, dove probabilmente lo attende una moglie insoddisfacente che gli ha preparato un pranzo insoddisfacente che lui ingurgiterà insoddisfatto per poi buttarsi su una poltrona a sonnecchiare fingendo di guardare l’ennesimo programma insoddisfacente . Ma qualunque cosa è meglio che star qui a sorbirsi le stronzate di qualche malato di mente o presunto tale, vero dottore?

“Credo fosse il secondo anno di liceo. Ero lì, paralizzato nel corridoio. All’inizio nessuno se n’era accorto. Sentivo in bocca un gusto di metallo misto a rancido, la lingua mi si incollava al palato, riuscivo a malapena a respirare. Poi ho sentito ridacchiare. Dapprima sommessamente, poi più forte: uno, due, una decina tra ragazzini e ragazzine. Mi fissavano e mi additavano, e ridevano, ridevano, ridevano. Finalmente qualcosa mi è scattato dentro e sono scappato via senza riuscire a trattenere le lacrime. Un mese dopo frequentavo un’altra scuola, dovetti ricattare i miei per convincerli a chiedere il mio trasferimento. Minacciai di buttarmi giù dalla finestra. Ma non credo che avrei avuto seriamente il coraggio di farlo. E forse nemmeno l’intenzione.”

“Capisco. E’ mai stato in terapia di psicofarmaci?”

“No, non ho mai voluto imbottirmi di quella merda”, provo a ribattere con fasulla fermezza, pur sapendo che questo lo farà irritare ancora di più.

“Bene, è giunto il momento che lei inizi”, mi risponde con un mezzo sorrisino sadico e il tono acido. Scribacchia qualcosa di illeggibile su un foglietto intestato, poi porgendomelo: “Due di queste dopo i pasti principali due volte al giorno. Ci rivediamo tra un mese.” Volge lo sguardo altrove e mi indica senza troppa cortesia la porta, senza neppure un cenno ipocrita di saluto.

Inutile dire che appena uscito da lì appallottolo quel foglietto con tutta la rabbia di cui sono capace e lo scaravento nel primo cestino della spazzatura che mi trovo davanti. Dopo di che mi precipito al bar in fondo alla strada e ordino un doppio scotch, niente ghiaccio. E poi un altro. E altri due, finché il barista non  mi fa più o meno cortesemente capire che è ora di tornare a casa.

Arrivo con passo incerto davanti alla porta di casa, prendo le chiavi dalla tasca, ma ovviamente finiscono sul selciato. Attendo un attimo, recupero un minimo di coordinazione, quella strettamente necessaria, mi chino a riprenderle (non senza correre il rischio di fracassarmi la faccia sullo spigolo del vaso grande accanto alla porta) e finalmente, dopo un paio di tentativi, entro in casa dove mi lascio cadere sul divano esausto e completamente in preda alla depressione. O almeno così è per un paio di minuti, prima di crollare in un profondo e rumoroso sonno che non è certo quello del giusto.

Mi risveglio 12 ore dopo con un mal di testa che definire feroce sarebbe un complimento, e la bocca che sa di vomito. Ma per quanto cerco, non trovo alcuna traccia di quel vomito dentro casa né intorno, quanto meno a ragionevole distanza dalla porta di ingresso. Nessun ricordo di quelle 12 ore ovviamente, né di sogni né di altro.

La mia settimana successiva è costellata di immani sforzi per mantenere il controllo: niente alcool, niente cibi di dubbia digeribilità, niente emozioni eccessive, niente che possa dare al mio cervello il seppur minimo spunto per dar fuori di matto. Mi reco regolarmente al lavoro ogni dannatissimo giorno, come una persona che sta bene e che ha una vita normale e quasi felice (quasi, perché in verità chi è davvero felice ormai?). Riesco persino, in due o tre occasioni quotidiane, a metter su una sorta di ghigno emiparetico che stando alle mie migliori intenzioni dovrebbe essere un sorriso. E gli sforzi danno il loro frutto, incredibilmente: niente attacchi questa settimana, neppure una lieve tachicardia, un po’ di nausea, qualche tremore. Nulla di nulla, come se quei passati episodi appartenessero ad un’altra persona.

Fino a stasera.

[CONTINUA…]

[Wanderer 30/06/2014, 21:43]

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commenti
  1. Barbara ha detto:

    Che dire scritto con minuziosa attenzione ,sono riuscita a immedesimarmi nel senso di angoscia e impotenza del protagonista tu hai un modo di scrivere molto noir con un ironia pungente e riesci a far visualizzare le scene meglio di un film

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  2. Wanderer ha detto:

    Immedesimazione, è quella la parola chiave.
    Mi riesce (neppure tanto stranamente) semplice entrare nel personaggio, sentire quello che sente, pensare quello che pensa.
    E allora butto giù di getto, quasi come se la situazione la stessi vivendo in prima persona.

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