INCIPIT #3 [The Town]

Pubblicato: 7 gennaio 2015 in Incipit, Storie & C.
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Smoke City

Un brivido improvviso mi scuote dal mio torpore.
Non so bene in quale pensiero fossi immerso, quali contorte strade stesse percorrendo il mio cervello. So solo che ero lì, imbambolato a fissare lo schermo del mio computer. E non avevo la minima idea di quanto tempo fossi rimasto così, immobile come una stupida statua.

Decido di farmi un the, magari riuscirà a cacciare via quelle gelide sensazioni che continuano ad attraversarmi e a concentrarsi nelle punte delle dita delle mie mani, che sono diventate così ghiacciate da non riuscire più a sentire se tocco qualcosa o no. O forse sono io che le percepisco così, non ho ben chiara la differenza.
Apro l’armadietto della cucina… ok, come temevo niente the. E’ da una settimana che continuo a rammentare a me stesso di ricomprarlo, e ovviamente continuo subito dopo a dimenticarlo.

Guardo fuori dalla finestra: un sole tiepido illumina il pomeriggio, e credo proprio che la temperatura fuori casa sia più alta di quella della stanza in cui mi trovo: qui si gela, davvero. E inizio a pensare che non è solo una sensazione che viene da dentro. Ne ho la certezza quando ad un certo punto espiro profondamente e vedo davanti alla mia faccia una nuvoletta di vapore semi-condensato.
No, un attimo… qualcosa non funziona qui. Non siamo a Gennaio, non siamo in uno stramaledetto posto dell’estremo Nord dentro ad una casa senza riscaldamento. Oggi è – dovrebbe essere, almeno credo – il 3 di Maggio. Non sarà il periodo più caldo dell’anno, ma non è di certo un giorno da nuvolette che escono dalla bocca, figuriamoci dentro casa.

Il brivido ritorna improvviso, prepotente. Diventa una vera e propria scossa elettrica che mi contrae di colpo tutti i muscoli del corpo e mi fa battere violentemente i denti per buoni dieci secondi.
Dev’essere febbre, mi dico. Certo, che culo, la febbre a Maggio. Va beh, può capitare, no? Sarai uscito un po’ leggerino una di queste sere, in uno di quei tuoi giri notturni in cui ti perdi per strade poco illuminate nel tentativo di esorcizzare la tua insonnia e i tuoi cattivi pensieri.
Tocca andare da qualche parte a comprare delle Aspirine – sì, ovviamente hai finito anche quelle, razza di scemo! – anche se la sola idea di mettere un piede fuori da casa mi tira addosso una strana sensazione di inquietudine. Cerco di non pensare troppo – non è il caso di sprecare energie in attività che non portano da nessuna parte concreta, giusto? – e afferro la giacca. Poi ci penso su un attimo – sì, probabilmente chi ti incontrerà ti prenderà per matto, ma chi se ne frega – e metto su anche il cappotto.

Così, bardato di tutto punto come se dovessi affrontare una sgradevole ma inevitabile passeggiata invernale, controllo di avere il portafogli in tasca, varco la porta, mi assicuro di aver chiuso bene e mi avvio.
Ho appena messo piede fuori da casa e immediatamente qualcosa si precipita a far compagnia a quel brivido che non vuole abbandonarmi: una sorta di nodo in gola, accompagnato da sapore di gelido metallo in bocca.
Sbarro gli occhi, li stropiccio forte. Li chiudo, poi li riapro, ma nulla da fare: quello che ha colpito così violentemente la mia percezione visiva è ancora lì, proprio davanti a me.

Ruoto lentamente la testa come se dovessi girare una panoramica con una videocamera. Piano, dal centro verso destra; poi un attimo di pausa; poi tutto verso sinistra, poi di nuovo al centro. Sento i battiti accelerare incontrollabilmente, nutriti da una spettrale, intensa angoscia che sta letteralmente strizzando le mie viscere. Ho una sorta di mancamento che mi costringe a mettermi a sedere sul bordo del marciapiede, in fretta, prima di cadere giù di faccia sulla strada.
E’ solo un’allucinazione, – mi ripeto – è colpa della febbre. Null’altro, ora passa. Chiudi ancora gli occhi e attendi un altro po’.

Sono sempre stato una persona razionale, forse anche troppo. Non ho mai creduto nell’occulto, nei fantasmi, negli alieni che ti rapiscono e ti portano via con loro per fare esperimenti a sfondo sessuale. Non credo neppure in Dio, in un qualunque dio di un qualunque tipo, figuriamoci. E adesso tutto questo per me è davvero troppo. Troppo.
Riapro gli occhi molto lentamente, ma nulla è cambiato: intorno a me neppure una persona, non un’anima viva. E okay, fin qui ci potrebbe anche stare, magari sono tutti da qualche altra parte a fare qualcosa. No, ma il problema è che… che…
Okay, aspetta, proviamo ad analizzare oggettivamente quello che sta succedendo, quello che vedo.
Vedo… del fumo. Tanto fumo.
No, non è corretto, non è proprio quello che vedo, non esattamente.

Vedo TANTI FUMI, ecco.
Vedo un’innumerevole quantità di piccole colonne di fumo, o qualcosa che gli assomiglia, che si muovono in giro. Colonne di fumo che guidano automobili, colonne di fumo che camminano sui marciapiedi portando le borse della spesa con dei… tentacoli di altro fumo. Vedo colonne di fumo che si avvinghiano tra loro quasi amoreggiando, e altre colonne di fumo che scivolano via veloci verso l’ingresso della Metropolitana, quasi avessero fretta.
E’ come se queste colonne di fumo avessero preso il posto delle persone e avessero deciso di comportarsi come loro, in un ridicolo e allo stesso tempo angosciante, inquietante gioco di imitazione.
O come se un’entità maligna – si fa per dire, eh, ho già detto che non ci credo – avesse deciso di dar fuoco alla gente e tutto ciò che di essa rimane fossero solo queste ridicole, striminzite colonne di fumo che vagano trascinate da lontane memorie delle loro precedenti azioni quotidiane.

Il mio cervello si rifiuta di accettare questa visione da film horror di serie Z, quindi decido di prendere forza, alzarmi dal marciapiede ed indagare. Devo raggiungere una di quelle “cose” strane, devo toccarla, devo parlarci, devo…

“Mi scusi, signore, va tutto bene?”
La voce senza sesso alle mie spalle, gentile ma con una strana eco di sottofondo, mi fa sobbalzare terrorizzato. Indietreggio senza guardare dove metto i piedi, inciampo in quello stesso marciapiede che fino a un paio di minuti prima era stato mio conforto e rifugio e cado rovinosamente all’indietro battendo con violenza il sedere, giù come un bambino che sta muovendo poco convinto i primi passi e impara dai suoi piuttosto dolorosi “errori”.
Alzo lo sguardo, e la colonna di fumo – un’altra, maledizione! – da cui è uscita quella voce è lì, davanti a me, che mi fissa. O almeno, è così che il mio cervello scombussolato interpreta la sua posizione rispetto a me, visto che il fumo non possiede occhi ovviamente, né un vero e proprio “davanti”.

Gli occhi sbarrati e la mascella pendente… devo sembrare davvero un pazzo ad uno sguardo esterno. E forse lo sono davvero: così pare, ad una sommaria analisi dei fatti.
Ma giuro, ero perfettamente sano e lucido un’ora fa.

 

[CONTINUA…]

 

[Wanderer 07/01/2015, 17:20]

Brain Smoke